Passeggiando nei pressi di qualche asilo infantile, ci capita, volgendo uno sguardo nel cortile, di vedere frotte di bambini vocianti che giocano tra loro. La particolarità, ormai, potrebbe essere che, con la sempre maggiore immigrazione, questi bambini formino una miscellanea di etnie e che tali etnie siano riconoscibili dal loro abbigliamento. Ma non solo la loro etnia è riconoscibile, anche la loro religione spesso potrebbe essere intuibile dal loro abbigliamento o da oggetti che indossano: una kippah, o dei lunghi riccioli ai lati del capo, per gli ebrei, una catenina con un crocifisso per i cristiani, un velo a coprire i capelli, per i musulmani, un punto rosso pitturato in fronte per gli induisti, ecc. Queste affermazioni non vogliono essere determinanti, magari tali segni vengono portati in età adulta, oppure non sono obbligatori. Non è questo che volevo sottolineare. Volevo far notare come troviamo del tutto naturale poter associare un bambino, di qualche anno, ad una religione. Un concetto come la religione, che ci fa riflettere ogni giorno di fronte ad ogni scelta di vita, che ci fa porre domande sull’origine dell’universo, sul suo scopo e sul nostro ruolo qui sulla Terra, viene posto su spalle di bambini che hanno appena cominciato a parlare.
Siamo così assuefatti che ci sembra del tutto normale che un bambino sia “marchiato” sin dalla nascita dalla religione dei genitori. Che il padre e la madre debbano scegliere per lui la futura “filosofia” alla quale debba appartenere. Potrà sembrare che questa scelta sia una consuetudine riservata solo ai genitori praticanti e invece non è così. Anche chi magari non va mai in chiesa o non ha una convinzione ferma sulla “sua” religione, alla nascita di un figlio, sceglie di battezzarlo (se cristiano) oppure di circonciderlo, se ebreo o musulmano, ecc.
I cattolici fino a pochissimo tempo fa, avevano lo spauracchio del limbo. Se non si battezzava il bambino e moriva, non avrebbe potuto mai raggiungere il paradiso (bella giustizia dell’essere più giusto: la più innocente delle creature doveva essere “semidannato” per una colpa ereditata dai trisavoli dei trisavoli dei trisavoli, ecc.– neanche la giustizia terrena arriva ad una forma così alta di ingiustizia: le colpe dei genitori non possono ricadere sui figli). Ciò fino a poco tempo fa quando l’attuale papa, nella sua infallibilità, ha decretato che fino ad allora avevano scherzato: il limbo non era mai stato un dogma e anche i non battezzati potevano raggiungere la salvezza. Si pensi a quanto possano aver sofferto tutte le famiglie che durante tutti questi secoli hanno perduto qualche bambino, senza che ci fosse stato il tempo di somministragli il battesimo. Insomma, non è più necessario il battesimo per raggiungere il paradiso e quindi anche questo pretesto viene a decadere.
Allora, cosa c’è di strano in questa scelta fatta per i figli? È difficile rendersene conto, specialmente per i cattolici che, anche se non fermamente religiosi, hanno inculcata, sin da bambini, la convinzione di professare la vera religione e la spinta a diffondere la loro buona novella.
Provate ora a guardare quei bambini nell’asilo da un’altra angolazione.
Fate un po’ di attenzione e con l’immaginazione cercate di vedere nel cortile un bambino cristiano, un bambino comunista, uno induista, girate ancora lo sguardo e un po’ più in là, vedete un bambino ebreo che gioca con uno keynesiano e uno ateo che gioca con un bambino agnostico. Cominciate a notare la stranezza? Perché un bambino non potrebbe essere comunista, se può essere cristiano? Che forse è troppo difficile la filosofia comunista? Basta avere i mezzi della logica e un bambino potrebbe benissimo arrivarci da solo. Non mi sembra così complicato far capire a un bambino che se ha un pezzo di pane suo e lo divide in due può sfamarci due persone invece che una. Forse è meno complicato per lui comprendere che una vergine possa partorire un bambino o che quando un gruppo di persone inghiotte un dischetto fatto di acqua e farina, questo si trasforma in carne umana? Si tratta di due filosofie di vita, non vedo come non sia possibile educare fin dalla nascita un bambino al comunismo. Anzi, forse sarebbe anche più logico, visto che si tratta di una filosofia basata su argomenti razionali (la si condivida o meno). Al contrario, dare una educazione religiosa significa inculcare nella testa di un essere indifeso (nel senso che non ha ancora i mezzi per il ragionamento logico) un convincimento non basato su prove scientifiche. Un bambino non ha ancora gli elementari mezzi per ragionare con la logica, come l’analogia, la proprietà transitiva, ecc. e quindi non può scegliere se credere o no ad un’affermazione, se non può giudicare se è assurda o no. Credo quia absurdum (=Credo perché è assurdo) diceva Tertulliano. Nel momento in cui giudico, con il ragionamento, che si tratta di un’assurdità, allora posso scegliere di "credere" (se una cosa è provata scientificamente, non ho scelta, se non provare il contrario). E tale scelta di credere è libera, solo se ho i mezzi per scegliere. A un bambino si fa fatica ad inculcare gli elementi della fisica e tutto ciò che governa l’andamento della natura: un fulmine, la prospettiva, il caldo, il freddo, ecc. e accanto a questi rudimenti di fisica che gli serviranno per capire il mondo che lo circonda, gli insegniamo anche che un certo signore, nato da una vergine, poi è resuscitato ed è salito in cielo; ma com’è possibile, se tutti quelli che conosce e che sono morti non li ha più incontrati, o che senza un aereo o senza ali si possa volare, potrà pensare il bambino.
Ma come?!, prima gli insegniamo a guardarsi intorno con spirito critico spiegandogli che tutta la realtà deriva da fenomeni fisici e poi gli diciamo che ci sono entità invisibili. E quando magari ci racconta di un grande coniglio rosa con il quale gioca, gli spieghiamo che non può esistere, visto che noi non lo vediamo.
Non devono esistere bambini cattolici, musulmani, pagani, ecc., ma solo bambini figli di cattolici, musulmani, pagani, ecc.
Ai bambini bisogna insegnare come pensare e non cosa pensare.
