Misteri della fede…

A settembre è stato approvato il progetto di legge contro l'omofobia dalla Camera dei Deputati. Una discussione molto accesa in cui i massimi oppositori sono stati, e sono, i rappresentanti del mondo cattolico. Questi portano, a sostegno della loro contrarietà, la libertà di pensiero che questa nuova legge (una modifica della legge Mancino) potrebbe mettere in pericolo. Tutti questi cattolici vorrebbero essere liberi di continuare ad affermare che gli omosessuali sono deviati sessualmente, hanno un disordine interno e vanno contro le leggi della natura, senza rischiare di essere denunziati per omofobia.

Ciò che viene subito da notare, e ciò rende veramente felici, è che sono proprio i cattolici che si fanno paladini della libertà di opinione. E il bello è che i più battaglieri nel difendere questa presunta libertà d'opinione sono quelli che fanno parte degli ambienti più conservatori del cattolicesimo.

Infatti, alla faccia del relativismo che, come più volte affermato da vari papi, aborriscono, sono pronti a cavalcare (alla buon ora!) una delle conquiste più importanti della laicità e della democrazia proveniente dalla Rivoluzione Francese, anche se a suo tempo andava contro il diritto naturale (che in ogni epoca ai cattolici piace cavalcare, per poi sorpassare non appena cambiano i tempi). Basti leggere quel che scriveva Pio VI al tempo della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino [Qui la lettera completa]

Con questo post voglio un po' rinfrescare la memoria di questi novelli paladini della libertà di opinione, dando dei riferimenti certi a chi un giorno volesse citare quanto asserito dai vicari di Cristo in Terra.

Qui di seguito potete leggere alcune opinioni ufficiali di diversi papi sulla libertà di parola, stampa, opinione o coscienza (le evidenziature sono mie, per sottolineare le parti più importanti. In ogni per maggior chiarezza potete leggere la citazione completa), estratte da lettere, encicliche o discorsi.

Cominciamo in ordine cronologico, magari non andando tanto in là con il tempo, altrimenti verremmo tacciati di rivangare dei (piccoli) episodi inconsistenti della storia della Chiesa (Crociate, Inquisizione, ecc. ecc.), anche se si ribadisce sempre che la Chiesa è portatrice di valori assoluti che rimangono invariati nonostante il passare del tempo…

CLEMENTE XIII (1758-1769)
Christianae reipublicae - 25 novembre 1766
Lettera ai vescovi

Si deve lottare accanitamente, come richiede la circostanza stessa, con tutte le forze, al fine di estirpare la mortifera peste dei libri; non potrà infatti essere eliminata la materia dell’errore fino a quando gli elementi facinorosi di pravità non periscano bruciati.”

“(…) si avvisi il popolo in modo che non si lasci trascinare dai nomi splendidi di certi autori, perché non sia abbindolato dalla cattiveria e dall’astuzia degli uomini verso l’inganno dell’errore; in una parola, detesti i libri nei quali si trovi qualcosa che offenda il lettore, o contrasti con la Fede, la Religione, i buoni costumi e non rispecchi l’onestà cristiana.”

Nella seguente il papa ribadisce quanto detto dal predecessore, se qualcuno avesse frainteso.

PIO VII (1800-1823)
Diu satis – 15 maggio 1800
Lettera ai vescovi

“Questo argomento trattò largamente e a fondo con voi il Nostro Predecessore Clemente XIII di felice memoria in una sua Lettera direttavi il 25 Novembre 1766."E non parliamo soltanto di strappare dalle mani degli uomini, di distruggere completamente bruciandoli quei libri nei quali si dà contro la dottrina di Cristo apertamente; ma anche e soprattutto bisogna impedire che arrivino alle menti e agli occhi di tutti quei libri che operano più nascostamente e più insidiosamente. Per riconoscerli "non c’è bisogno", dice Cipriano (Dell’unità della Chiesa), "di un lungo trattato e di argomentazioni; in breve, vi è una facile prova di verità: Dio dice a Pietro: Pascola le mie pecore". Dunque le pecore di Cristo debbono ritenere salutare per loro quel pascolo nel quale le ha poste la voce autorevole di Pietro, a esso debbono dedicarsi e con esso nutrirsi: e stimare assolutamente peccaminose ed esiziali le cose dalle quali tale voce li richiami e li distolga; e non debbono lasciarsi attrarre da alcuna apparenza né travolgere da alcuna seduzione.”

In pratica devono ascoltare i loro pastori: i preti.

GREGORIO XVI (1831-1846)
Mirari vos – 15 agosto 1832
Enciclica

“(…)l’esperienza di tutti i secoli, fin dalla più remota antichità, dimostra luminosamente che città fiorentissime per opulenza, potere e gloria per questo solo disordine, cioè per una eccessiva libertà di opinioni, per la licenza delle conventicole, per la smania di novità andarono infelicemente in rovina.

A questo fine è diretta quella pessima, né mai abbastanza esecrata ed aborrita "libertà della stampa" nel divulgare scritti di qualunque genere; libertà che taluni osano invocare e promuovere con tanto clamore. Inorridiamo, Venerabili Fratelli, nell’osservare quale stravaganza di dottrine ci opprime o, piuttosto, quale portentosa mostruosità di errori si spargono e disseminano per ogni dove con quella sterminata moltitudine di libri, di opuscoli e di scritti, piccoli certamente di mole, ma grandissimi per malizia, dai quali vediamo con le lacrime agli occhi uscire la maledizione ad inondare tutta la faccia della terra. Eppure (ahi, doloroso riflesso!) vi sono taluni che giungono alla sfrontatezza di asserire con insultante protervia che questo inondamento di errori è più che abbondantemente compensato da qualche opera che in mezzo a tanta tempesta di pravità si mette in luce per difesa della Religione e della verità. Nefanda cosa è certamente, e da ogni legge riprovata, compiere a bella posta un male certo e più grave, perché vi è lusinga di poterne trarre qualche bene. Ma potrà mai dirsi da chi sia sano di mente che si debba liberamente ed in pubblico spargere, vendere, trasportare, anzi tracannare ancora il veleno, perché esiste un certo rimedio, usando il quale avviene che qualcuno scampa alla morte?”

Ma assai ben diverso fu il sistema adoperato dalla Chiesa per sterminare la peste dei libri cattivi fin dall’età degli Apostoli, i quali, come leggiamo, hanno consegnato alle fiamme pubblicamente grande quantità di tali libri (At 19,19). Basti leggere le disposizioni date a tale proposito nel Concilio Lateranense V, e la Costituzione che pubblicò Leone X di felice memoria, Nostro Predecessore, appunto perché "quella stampa che fu salutarmente scoperta per l’aumento della Fede e per la propagazione delle buone arti, non venisse rivolta a fini contrari e recasse danno e pregiudizio alla salute dei fedeli di Cristo" [Act. Conc. Lateran. V, sess. 10]. Ciò stette parimenti a cuore dei Padri Tridentini al punto che per applicare opportuno rimedio ad un inconveniente così dannoso, emisero quell’utilissimo decreto sulla formazione dell’Indice dei libri nei quali fossero contenute malsane dottrine [CONC. TRID., sess. 18 e 25]. Clemente XIII, Nostro Predecessore di felice memoria, nella sua enciclica sulla proscrizione dei libri nocivi afferma che “si deve lottare accanitamente, come richiede la circostanza stessa, con tutte le forze, al fine di estirpare la mortifera peste dei libri; non potrà infatti essere eliminata la materia dell’errore fino a quando gli elementi impuri di pravità non periscano bruciati” [Christianae reipublicae, 25 novembre 1766]”

Il papa che segue è l'"inventore" del dogma della sua infallibilità (tra l'altro, se fosse stato in grado di usare un po' di logica, forse qualche dubbio gli sarebbe venuto in mente; ad esempio: ma nel momento in cui decido che il papa è infallibile, non sono ancora infallibile e quindi potrei sbagliarmi nel proclamare la mia infallibilità, ergo decadrebbe tale dogma). Nell'enciclica Quanta Cura, allega il famoso Sillabo dei principali errori dell’età nostra, che sono notati nelle allocuzioni concistoriali, nelle encicliche e in altre lettere apostoliche di Papa Pio IX. Sillabo significa Raccolta. In pratica si tratta di una raccolta di tutti le idee erronee, così giudicate dal papa, nei suoi discorsi o scritti.

PIO IX (1846-1878)
Quanta cura – Syllabus – 8 dicembre 1864 Lettera enciclica

LXXIX – È assolutamente falso che la libertà civile di qualsivoglia culto, e similmente l’ampia facoltà a tutti concessa di manifestare qualunque opinione e qualsiasi pensiero palesemente ed in pubblico, conduca a corrompere più facilmente i costumi e gli animi dei popoli, e a diffondere la peste dell’indifferentismo.

Per aiutare la comprensione: chi asserisce un'affermazione come quella appena citata è in errore.

In positivo:

È male la libertà civile di qualsivoglia culto, e similmente l’ampia facoltà a tutti concessa di manifestare qualunque opinione e qualsiasi pensiero palesemente ed in pubblico, conduce a corrompere più facilmente i costumi e gli animi dei popoli, e a diffondere la peste dell’indifferentismo.

LEONE XIII (1878-1903)
Immortale Dei – 1 novembre 1885
Enciclica

Allo stesso modo una libertà di pensiero e di espressione che sia totalmente esente da vincoli in assoluto non è un bene di cui la società umana abbia ragione di rallegrarsi: è al contrario fonte e origine di molti mali. La libertà, come virtù che perfeziona l’uomo, deve applicarsi al vero e al bene; la natura del vero e del bene non può mutare ad arbitrio dell’uomo, ma rimane sempre la stessa, e non è meno immutabile dell’intima natura delle cose. Se la mente accoglie false opinioni, se la volontà sceglie il male e vi si dedica, l’una e l’altra, lungi dall’operare per il proprio perfezionamento, perdono la loro naturale dignità e si corrompono. Ciò che è contrario alla virtù e alla verità, dunque, non deve essere posto in evidenza ed esibito: molto meno, difeso e tutelato dalle leggi. La sola vita virtuosa apre la via verso il cielo, cui tutti tendiamo: per questo lo Stato si discosta da una norma e da una legge di natura, se consente che una sfrenata e perversa libertà di pensiero e d’azione giunga a distogliere impunemente dalla verità le menti e dalla virtù gli spiriti.

Ricapitolando: La libertà di pensiero è fonte di molti mali. La libertà deve applicarsi al vero e al bene, e la natura di quest'ultimi non può cambiare secondo il volere dell'uomo e rimane sempre la stessa. Ciò che è contrario alla virtù e alla verità non deve essere difeso e tutelato dalle leggi. Quindi se uno Stato consente una “perversa” libertà di pensiero si allontana da una norma e una legge di natura.
Naturalmente cos'è bene e male lo decide il nostro Leone e quindi è lui che decide ciò che si è liberi di pensare.

Libertas – 20 giugno 1888
Enciclica

“Ora si consideri un poco la libertà di parola e ciò che piace esprimere per mezzo della stampa. È appena il caso di dire che questa libertà non può essere un diritto se non è temperata dalla moderazione ed esorbita oltre la misura. Infatti il diritto è una facoltà morale: come dicemmo e come dovremo più spesso ridire, è assurdo pensare che essa sia concessa dalla natura in modo promiscuo e accomunata alla verità e alla menzogna, alla onestà e alla turpitudine. La verità e l’onestà hanno il diritto di essere propagate nello Stato con saggezza e libertà, in modo che diventino retaggio comune; le false opinioni, di cui non esiste peggior peste per la mente, nonché i vizi che corrompono l’animo e i costumi, devono essere giustamente e severamente repressi dall’autorità pubblica, perché non si diffondano a danno della società. Gli abusi dell’ingegno sregolato, che si risolvono in oppressione delle moltitudini ignoranti, devono essere repressi dall’autorità delle leggi non meno che le offese recate con la forza ai più deboli. Tanto più che una gran parte di cittadini non può affatto – o talvolta lo può con estrema difficoltà – guardarsi dai sofismi e dagli artifici dialettici, soprattutto se blandiscono le passioni. Concessa a chiunque illimitata libertà di parola e di stampa, nulla rimarrà d’intatto e d’inviolato; non saranno neppure risparmiati quei supremi e veritieri principi di natura che sono da considerare come un comune e nobilissimo patrimonio del genere umano. Così oscurata a poco a poco la verità dalla tenebre, come spesso accade, facilmente prenderà il sopravvento il regno dell’errore dannoso e proteiforme. Perciò quanto più la licenza avrà spazio, tanto maggiore danno avrà la libertà; tanto più sarà ampia e sicura la libertà, quanto più efficaci i freni alla licenza. Invero, ove natura non si opponga, è concesso, su questioni opinabili permesse da Dio alla discussione degli uomini, esprimere liberamente ciò che piace e ciò che si sente; infatti una tale libertà non conduce mai gli uomini a conculcare la verità, ma semmai ad indagarla e a rivelarla.”

Infine un parere non di un papa, ma non meno importante, in quanto prefazione, del cardinale Merry del Val, all'ultima edizione (del 1930! Sic!) dell'Indice dei Libri Proibiti.

“Dal Concilio di Nicea che proibì il libro Thalia di Ario (…) alla lettera testé emanata dalla Suprema Sacra Congregazione del Sant’Uffizio contro la letteratura sensuale e sensuale-mistica, non è possibile anche solo elencare tutto quello che la Santa sede ha compiuto contro le pubblicazioni offensive della verità (…) E non poteva la Santa Sede diportarsi diversamente, ché costituita da Dio maestra infallibile e guida sicura dei fedeli (…) ha il dovere e conseguentemente il sacrosanto diritto di impedire che l’errore e la corruzione, sotto qualsivoglia forma mascherati, entrino a contaminare il gregge di Gesù Cristo” e che le pecore, cioè i fedeli, “accostino le labbra ai facili calici del veleno”. Si riafferma il diritto della Chiesa di decidere in quanto “maestra infallibile e guida sicura” cosa le pecore devono brucare e dove, senza domandarsi il perché…

[Da Il cattolicesimo reale, W. Peruzzi, 2008]

In pratica i fedeli, per il loro bene, devono leggere solo quello che i “pastori” indicano.

Ecco, dopo quanto avete letto, si dovrebbe pensare che si sta rivoltando il mondo. I seguaci di queste “santità” che a volte sono credute anche infallibili, si fanno avanti per difendere un diritto che hanno disprezzato fino a ieri, quando erano gli altri a chiedere di esser liberi di considerarli come deviati mentalmente, in quanto difensori di pratiche contronatura come la castità.

Questi signori non hanno mai criticato la legge Mancino, finché ha difeso anche le religioni. Nessuno di loro si è mai sognato di lamentarsi che la Legge Mancino impediva la libertà di pensiero di coloro che volevano criticare la religione, ma ora, se essa dà qualche diritto in più a degli “esseri deviati” limita la libertà di pensiero.

Misteri della fede…

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Corano e fiamme

Ormai sono passate svariate settimane, ma le riflessioni non sono mai in ritardo. Tutti ricorderete che in occasione dell’anniversario dell’attentato alle torri gemelle, un pastore protestante evangelico, come protesta contro i musulmani, aveva organizzato la distruzione con le fiamme di copie del Corano, poi rientrata anche grazie all’intervento del presidente Obama.

A parte il poco rispetto verso una religione “cugina”, la paura che aveva preso gli Stati Uniti, tanto da far intervenire il presidente Obama per cercare di dissuadre il pastore dal gesto, era stata quella di rivolte e atti insani verso le truppe americane all’estero o anche in patria. Praticamente quello che era successo contro la Danimarca, quando erano state pubblicate le famose vignette rappresentanti il profeta Maometto, moltiplicato all’ennesima potenza, visto l’“amore” che c’è per gli Stati Uniti nel mondo islamico. Per non parlare dell’eventualità di attentati in patria… Poi si è visto che tali timori erano abbastanza fondati, dato che, nonostante tale gesto non sia avvenuto, la protesta ha portato via la vita a diverse persone di fede cristiana in paesi a maggioranza musulmana.

Ormai ci stiamo assuefacendo a comportamenti simili e per paura di scatenarli spesso sacrifichiamo la libertà di parola, una delle libertà fondamentali degli stati moderni, e evitiamo di riflettere su qualcosa che è estremamente assurdo. Si pensa che i musulmani sono fatti così e si rinuncia spesso ad esprimere idee che siano contrarie a tale religione o che possano offendere la suscettibilità dei loro credenti.

E non si pensi che si tratta solo di rispetto. Oltre ad una dose di paura, questa “specie” di rispetto è un retaggio che ci viene anche dalla “nostra” religione. Infatti il comandamento “Non nominare il nome di Dio invano” veniva punito, come da insegnamento biblico, con la condanna a morte. (A proposito chissà che condanna avrebbe preso il nostro beneamato Presidente del Consiglio per averlo nominato così inutilmente nella famosa barzelletta raccontata in pubblico?)

Ma se questa legge era comprensibile diverso tempo fa quando la religione era una, o giù di lì, e bastava non nominare l’unico dio riconosciuto per non fare una brutta fine, immaginate, ora, se nascessero delle nuove religioni in cui il loro dio si sia incarnato in un cane, in un serpente, in una serie di altri animali o oggetti, e che sia proibito nominare, tali animali o oggetti. Cosa dovremmo fare? Per rispetto dovremmo tacere per non urtare la loro suscettibilità (specie se tali seguaci fossero agguerriti come i fondamentalisti islamici e fossero pronti a far fuori i “peccatori”)?

Allora la soluzione quale dovrebbe essere? Chi lo sa? Sicuramente nel nostro Paese noi abbiamo una legge che dà la libertà di parola ed a tale legge ci dobbiamo attenere e farla rispettare. Al massimo il nostro Stato può fare pressioni sugli Stati in cui avvengono tali crimini, cercando di farli intervenire più fruttuosamente per evitare azioni violente contro seguaci di altre religioni.

Che poi il bello è che chi voleva bruciare il Corano era un pastore cristiano ed hanno avuto vita facile i criminali nel riconoscere chi era di fede cristiana e ucciderlo. Se fosse stato per assurdo un ateo, avrei voluto vedere come li avrebbero cercati per vendicarsi…

Alla fine di tutto questo c’è una morale.

Si antemette l’amore per dio all’amore per gli uomini e così si uccidono in nome di dio esseri umani.

Si antepone alla vita umana il rispetto di un’entità, a cui, seppure esistesse, un gesto simile (bruciare un suo libro sacro), non potrebbe arrecare alcun danno e contro cui si potrebbe difendere come vorrebbe senza l’aiuto di interposte persone.

In fondo non si fa che avvalorare la tesi che le religioni sono le principali nemiche dell’uomo.

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Stato e identità

Fernando Savater è un filosofo spagnolo contemporaneo (è nato nel 1947) e insegna filosofia all’Università Complutense di Madrid.

Tra i suoi libri, Etica per un figlio, I 10 comandamenti del ventunesimo secolo, La vita eterna, e molti altri.

Perché parlo di lui?

Perché sul numero dell’Espresso di fine marzo c’era una sua intervista che mi è particolarmente piaciuta, in special modo, dove parlava di identità nazionale.
Non so se avete presente. Quella di cui si riempie la bocca la Lega Nord, la difesa del cristianesimo, del crocifisso attaccato sui muri, ecc. salvo poi discriminare i propri residenti che pagano le tasse, in italiani e stranieri, e a volte addirittura gli italiani stessi in chi ha più o meno anni di residenza in una città.

Questi leghisti, sindaci, mi fanno veramente paura, ma quello che mi fa più paura è che riescono a cavalcare lo scontento dei cittadini italiani facendolo ricadere sugli stranieri, come se il fatto che che gli stranieri abbiano maggiori diritti nelle graduatorie per case popolari o asili nido, fosse da far ricadere su questi, e non sul fatto che lo Stato preferisce spendere soldi verso altri lidi anziché nel sociale.

Insomma, ecco un paio di risposte dei Savater sul tema che ho sopra citato.

Ma come fare a conciliare l’identità di un paese con le culture dei nuovi arrivati?

Dovremmo dimenticarci dell’identità nazionale e parlare invece di legge democratica. L’identità dei paesi europei è la legislazione democratica. Dovremmo separare l’essere dallo stare. L’identità rientra nella sfera dell’essere: ognuno di noi si considera cristiano, musulmano, ateo, affezionato all’arte, quello che è. Lo stare ha invece a che fare con il mondo di cui le diverse identità convivono. La vera identità democratica è il rispetto dei diritti che garantiscono il riconoscimento dell’istituzione democratica. Se l’identità del singolo travalica l’identità democratica allora bisogna intervenire. (…) La nostra identità culturale deriva dalla separazione tra Chiesa e Stato, tra delitti e peccati. Le identità che ci sono oggi devono sottomettersi all’identità democratica: l’uguaglianza delle persone e la sperazione tra religione e politica. In Spagna il Partito Popolare vorrebbe che fosse firmata una legge speciale, il contratto d’integrazione, ma perché? Non serve un contratto in più: occorre che tutti rispettino le leggi del Paese.

E con le nostre radici cristiane come la mettiamo?

In Europa ci sono radici cristiane, ebraiche, musulmane. Fanno tutte parte dell’Europa. Non possiamo fare un’ Europa “à la carte” che abbia solo le radici che piacciono a noi. La religione in una democrazia è un diritto di tutti e un dovere di nessuno. Questa è la nostra identità culturale. Se la democrazia non è laica non è una democrazia, si converte in qualcos’altro, in una teocrazia leggera magari, ma di certo non è più democrazia.

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Un’offesa all’intelligenza?

Avevo già parlato della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, contro il crocifisso nelle aule scolastiche. Il nostro governo dopo quella sentenza presentò ricorso alla Grande Camera, una specie di Cassazione. In Europa però, non è come in Italia in cui ogni sentenza può essere impugnata in Cassazione. Esiste un filtro in cui vengono analizzati i motivi di un eventuale ricorso e nel caso se ne ravvisino degli elementi che rendano ragionevole un riesame, allora il ricorso viene ammesso e su questo ricorso deciderà la Grande Camera.

Come può capire anche chi ha un minimo di cervello, ammettere il ricorso non significa annullare una sentenza precedente, ma, eventualmente, nel nostro caso, farla esaminare ad una Corte superiore.

Ed invece leggete la prima pagina di questo… giornale(?) (scusate la parola grossa).

Ed ora giudicate se si tratta di un’offesa all’intelligenza degli (eventuali) lettori.

Ma forse anche parlare di intelligenza è esagerato in questo caso…

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