Fernando Savater è un filosofo spagnolo contemporaneo (è nato nel 1947) e insegna filosofia all’Università Complutense di Madrid.
Tra i suoi libri, Etica per un figlio, I 10 comandamenti del ventunesimo secolo, La vita eterna, e molti altri.
Perché parlo di lui?
Perché sul numero dell’Espresso di fine marzo c’era una sua intervista che mi è particolarmente piaciuta, in special modo, dove parlava di identità nazionale.
Non so se avete presente. Quella di cui si riempie la bocca la Lega Nord, la difesa del cristianesimo, del crocifisso attaccato sui muri, ecc. salvo poi discriminare i propri residenti che pagano le tasse, in italiani e stranieri, e a volte addirittura gli italiani stessi in chi ha più o meno anni di residenza in una città.
Questi leghisti, sindaci, mi fanno veramente paura, ma quello che mi fa più paura è che riescono a cavalcare lo scontento dei cittadini italiani facendolo ricadere sugli stranieri, come se il fatto che che gli stranieri abbiano maggiori diritti nelle graduatorie per case popolari o asili nido, fosse da far ricadere su questi, e non sul fatto che lo Stato preferisce spendere soldi verso altri lidi anziché nel sociale.
Insomma, ecco un paio di risposte dei Savater sul tema che ho sopra citato.
Ma come fare a conciliare l’identità di un paese con le culture dei nuovi arrivati?
Dovremmo dimenticarci dell’identità nazionale e parlare invece di legge democratica. L’identità dei paesi europei è la legislazione democratica. Dovremmo separare l’essere dallo stare. L’identità rientra nella sfera dell’essere: ognuno di noi si considera cristiano, musulmano, ateo, affezionato all’arte, quello che è. Lo stare ha invece a che fare con il mondo di cui le diverse identità convivono. La vera identità democratica è il rispetto dei diritti che garantiscono il riconoscimento dell’istituzione democratica. Se l’identità del singolo travalica l’identità democratica allora bisogna intervenire. (…) La nostra identità culturale deriva dalla separazione tra Chiesa e Stato, tra delitti e peccati. Le identità che ci sono oggi devono sottomettersi all’identità democratica: l’uguaglianza delle persone e la sperazione tra religione e politica. In Spagna il Partito Popolare vorrebbe che fosse firmata una legge speciale, il contratto d’integrazione, ma perché? Non serve un contratto in più: occorre che tutti rispettino le leggi del Paese.
E con le nostre radici cristiane come la mettiamo?
In Europa ci sono radici cristiane, ebraiche, musulmane. Fanno tutte parte dell’Europa. Non possiamo fare un’ Europa “à la carte” che abbia solo le radici che piacciono a noi. La religione in una democrazia è un diritto di tutti e un dovere di nessuno. Questa è la nostra identità culturale. Se la democrazia non è laica non è una democrazia, si converte in qualcos’altro, in una teocrazia leggera magari, ma di certo non è più democrazia.
Avevo già parlato della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, contro il crocifisso nelle aule scolastiche. Il nostro governo dopo quella sentenza presentò ricorso alla Grande Camera, una specie di Cassazione. In Europa però, non è come in Italia in cui ogni sentenza può essere impugnata in Cassazione. Esiste un filtro in cui vengono analizzati i motivi di un eventuale ricorso e nel caso se ne ravvisino degli elementi che rendano ragionevole un riesame, allora il ricorso viene ammesso e su questo ricorso deciderà la Grande Camera.
Come può capire anche chi ha un minimo di cervello, ammettere il ricorso non significa annullare una sentenza precedente, ma, eventualmente, nel nostro caso, farla esaminare ad una Corte superiore.
Ed invece leggete la prima pagina di questo… giornale(?) (scusate la parola grossa).
Ed ora giudicate se si tratta di un’offesa all’intelligenza degli (eventuali) lettori.
Ma forse anche parlare di intelligenza è esagerato in questo caso…
Un minareto è una torre che sta a fianco ad una moschea, da cui il muezzin ricorda ai musulmani il momento della preghiera, cinque volte al giorno. Una specie di campanile, in cui c’è una campana vivente. Il minareto non è sempre presente in tutte le moschee. Molte moschee, anche grandi, possono essere privi di minareti.
Il referendum avvenuto in Svizzera proibisce la costruzione di nuovi minareti, ma non l’abbattimento di quelli esistenti (4), e non proibisce la costruzione di moschee.
Tale referendum è nato dalla costruzione, da parte di una comunità turca (e quindi senza dubbio moderata), di un minareto di 6 metri (sei), in un paesino di 5000 abitanti. Alcuni di questi abitanti volevano impedirlo, ma nonostante vari ricorsi, non ci sono riusciti e così hanno organizzato tale referendum.
È chiaro che il referendum è stato sentito dagli svizzeri come un arginamento della religione musulmana e niente fa dubitare che se avessero potuto avrebbero votato a favore anche di un referendum che vieta la costruzione di moschee.
Si capisce che non si tratta di una limitazione tout court della libertà di religione: i musulmani possono continuare a pregare nelle moschee, che potranno continaure ad essere costruite; ma sicuramente si tratta di una discriminazione religiosa a danno solo di una religione. È chiaro che lo stesso referendum, se avesse previsto anche il divieto di costruire campanili, non sarebbe mai passato.
Che tale referendum sottintenda una volontà discriminatoria contro una religione e non una paura di vedere edificata un minareto a fianco ad una cattedrale, è chiaro. Anche in Svizzera esistono regolamenti edilizi e sicuramente non li lascerebbero costruire in un centro storico o in un punto in cui possano stonare sulle architetture. Se fosse per motivi di quiete pubblica, bisognerebbe in ogni caso vietare anche l’uso delle campane, e di conseguenza la costruzione di campanili. Ma così non è.
Che tale discriminazione sia di tipo religioso e non solo “xenofobo” è chiaro, in quanto anche in Svizzera ormai esistono cittadini nativi di religione musulmana e quindi tali minareti non sarebbero solo per stranieri immigrati.
Ed ora andiamo a vedere quanto sia simile l’esito di tale referendum alla sentenza della CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) sul crocifisso, come sostengono alcuni rappresentanti della Chiesa.
La città è uno spazio pubblico e tutti per legge abbiamo diritto di costruire secondo i regolamenti, e, secondo costituzione (anche la Svizzera ha sottoscritto la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo), c’è libertà di culto. Il minareto sarebbe costruito non da un’istituzione che avrebbe il dovere di imparzialità, di laicità, ma da una comunità che è libera di professare la sua religione. In pratica la similitudine potrebbe esserci se in Italia si fosse vietato la costruzione dei campanili, ma è evidente che non è così, no? In Italia stiamo parlando di un simbolo di una religione (il crocifisso) messo in un luogo pubblico da un’istituzione che dovrebbe essere neutrale, laica. Addirittura lo Stato stesso, che non dovrebbe avere preferenze per alcuna religione.
Quindi per avere una situazione analoga a quella deprecata dalla CEDU, bisognerebbe avere un comune, un Cantone o lo Stato, che, paradossalmente, volesse mettere dei minareti in tutte le scuole, oppure dei simboli musulmani nelle aule scolastiche.
Non è abbastanza chiara la differenza?
Non si tratta di battaglie a senso unico, come alcuni giornalisti cattolici affermano, ovvero che quando si tratta di andare contro i cattolici si va, ma quando si tratta di andare contro altre religioni invece se ne prende le difese. Qui si tratta di libertà di religione, o, meglio, di non discriminazione. Se impedissero, senza una ragione, ad una comunità cristiana (con i soldi suoi) di costruire i campanili o le chiese, ci vedrebbero lo stesso in prima fila a difendere i loro diritti. Per inciso qui in Italia i cattolici possono parlare di tutto meno che di discriminazione, visto il potere mediatico che hanno e i finanziamenti che ricevono dallo Stato.
Per chiudere in bellezza, c’è da far notare che in Italia, dopo il referendum svizzero, alcuni “politici” leghisti hanno plaudito al risultato ed hanno proposto di imitarli, ma siccome vietare solo i minareti non sarebbe sufficiente per loro, propongono addirittura un referendum per vietare anche per le moschee. In nome della vera democrazia, come sostiene il ministro dell’interno. Devono andare a pregare nei deserti, come dice il grande “politico” Gentilini.
Dopo il referendum che ha deciso di non pemettere la costruzione di ulteriori minareti in Svizzera, la Chiesa in uno slancio di solidarietà ha condannato il no, deciso dagli svizzeri, comparandolo alla sentenza della Corte Europea sul crocifisso nelle nostre scuole, come se le due cose siano le facce della stessa intolleranza religiosa. Analizziamo un po’ più a fondo cosa è successo.
Cominciamo con il chiarire alcuni concetti riguardo alla laicità di uno Stato.
Uno Stato se non è confessionale (come poteva essere ad esempio lo Stato Pontificio, oppure com’è l’Arabia, o anche l’Iran), non deve decidere qual è la vera religione, checché siano le sue origini o tradizioni, ad esempio se in passato sia stato confessionale. Tra i fondamenti della Dichiarazione Universale dell’Uomo c’è la libertà di religione: Art. 2 "Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione,(…)". Questo articolo non è solo valido in attivo: “non deve essere perseguitato chi professa una religione”, anche in passivo: “io, Stato, non posso fare preferenze per una o l’altra religione” (tra l’altro questo concetto è espresso nella nostra Costituzione ed è stato ribadito da diverse sentenze della Corte Costituzionale). Quindi mi pare chiaro che non è compito dello Stato scegliere la religione migliore, ma quello di tutelare le coscienze dei suoi cittadini quando scelgono di professare una religione.
Concetti che sono stati faticosamente raggiunti dalla Rivoluzione Francese in poi (in Italia dall’Unità e poi, dopo l’intervallo del Fascismo, dal ‘48 in poi). La Convenzione Europea dei Diritti dell’ Uuomo (d’ora in poi citata come CEDU), che in pratica richiama i concetti della dichiarazione universale, è stata sottoscritta anche dall’Italia ed infatti nella Corte Europea c’è anche il nostro rappresentate. Questa Corte è l’organo di controllo sulla osservanza di questa Convenzione.
Tutti si scaldano e parlano spesso a vanvera con prese di posizione a volte da far venire i capelli dritti, a cominciare dal ministro della difesa (vedi video alla fine del post).
Per questo forse è meglio fare un po’ di chiarezza. Perché c’è stata questa sentenza?
In principio ci fu un ricorso di una famiglia di Abano Terme che contestava la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche frequentate dai propri figli. Dopo aver ottenuto il rifiuto di rimuoverli da parte dei dirigenti scolastici ci furono vari ricorsi, al TAR, al Consiglio di Stato, che si conclusero alla Corte Costituzionale, che nel 2004 si pronunciò dicendo che siccome il crocifisso non era previsto per legge, ma solo da regolamenti, la Corte Suprema non poteva pronunciarsi.
Così la famiglia si rivolse alla CEDU.
Si appellò all’art.2 (Protocollo 1) della Convenzione: "Il diritto all’istruzione non può essere rifiutato a nessuno. Lo Stato, nell’esercizio delle funzioni che assume nel campo dell’educazione e dell’insegnamento, deve rispettare il diritto dei genitori di assicurare tale educazione e tale insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche".
In pratica, voglio che i miei figli vadano a scuola e questo non mi può essere rifiutato. Inoltre ho diritto che siano istruiti secondo le mie convinzioni religiose (o filosofiche).
Si appellò anche all’art.9 della Convenzione stessa: "1. Ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, così come la libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti.
2.La libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e costituiscono misure necessarie, in una società democratica, per la pubblica sicurezza, la protezione dell’ordine, della salute o della morale pubblica, o per la protezione dei diritti e della libertà altrui".
In altre parole, voglio essere libero, e con me i miei figli, di professare la religione (o la non religione) che io desidero. Il fatto che lo Stato scelga di esporre il simbolo di una religione in una scuola, significa che lo Stato ha preferenze per una professione religiosa e quindi limita la libertà di chi voglia istruire i propri figli secondo una concezione religiosa o filosofica diversa dalla cattolica. E il fatto che il crocifisso abbia altre chiavi di lettura, non significa che abbia perso i suoi connotati religiosi che restano sempre fortissime. Quindi si può immaginare che un bambino che veda il crocifisso su un luogo pubblico, sia portato a pensare che lo Stato ha una propensione per una religione anziché per un’altra, cosa che, in una mente influenzabile come quella di un bambino, si può capire cosa comporti e come possa limitare la libertà di un genitore di educare un figlio secondo le proprie convinzioni filosofiche o religiose (diverse dalla cattolica).
In pratica il fatto che lo Stato esponga un simbolo anziché un altro è paragonabile ad una madre di famiglia che ha diversi figli ma tiene solo la foto di un figlio sul mobile. Evidentemente ha un atteggiamento di preferenza verso questo, che sia anche il più meritevole, e nonostante, per assurdo, abbia giurato di volere bene a tutti allo stesso modo (gli altrii figli, vedendo una cosa del genere come potrebbero sentirsi?). Ma si sa, l’essere umano ha i suoi difetti e potrebbe essere comprenisbile che una madre abbia preferenze per il figlio migliore, ma uno Stato non può avere questo difetto, specialmente quando lo dichiara nella sua legge fondamentale, la madre di tutte le leggi: la Costituzione. Parafrasando l’articolo costituzionale: Tutti i miei figli sono uguali, indipendentemente da come la pensino.
Oltre a ciò, c’è anche il fatto che non ci sono disposizioni che permettano all’insegnante di esporre simboli anche di altre religioni, e, in ogni caso, come fare per bambini atei o agnostici? Se vi suona male questa definizione per dei bambini leggete qui.
Insomma la CEDU giudicando che le suddette opinioni fossero fondate, ha accettato il ricorso dando ragione alla famiglia di Abano Terme.
In particolare la CEDU nel riportare tutti i passaggi giuridici dei fatti ha ricordato, tra le diverse pronunzie, che “La Corte costituzionale italiana nella sua sentenza n. 508 del 20 novembre 2000 ha riassunto la sua giurisprudenza affermando che principi fondamentali di uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di religione (articolo 3 della Costituzione) e di eguale libertà di tutte le religioni dinanzi alla legge (articolo_8) stabilisce che l’atteggiamento dello Stato deve essere segnato da equidistanza e imparzialità, indipendentemente dal numero di membri di una religione o di un’altra”, che tale “posizione di equidistanza e di imparzialità è il riflesso del principio di laicità che per la Corte costituzionale ha natura «di principio supremo» e che caratterizza lo Stato in senso pluralista”.
Quindi nelle sue decisioni, richiamandosi all’art.2 del Protocollo (vedi sopra) e all’art.9 della Convenzione stessa (vedi sopra) afferma che “Il rispetto delle convinzioni dei genitori deve essere reso possibile nel quadro di un’istruzione capace di garantire un ambiente scolastico aperto e favorendo l’inclusione piuttosto che l’esclusione, indipendentemente dall’origine sociale degli allievi, delle loro credenze religiose o dalla loro origine etnica. (…) Il rispetto delle convinzioni religiose dei genitori e dei bambini implicano il diritto di credere in una religione o di non credere in alcuna religione. Il dovere di neutralità e di imparzialità dello Stato è incompatibile con un potere qualunque di valutazione da parte di quest’ultimo sulla legittimità delle convinzioni religiose o delle modalità di espressione di queste. (…) queste considerazioni conducono all’obbligo per lo Stato di astenersi dall’imporre, anche indirettamente, credenze nei luoghi dove le persone sono dipendenti dallo Stato o anche nei posti in cui le persone possono essere particolarmente influenzabili.”
E alle obiezioni del Governo, quando afferma che il crocifisso è un simbolo che va oltre la religione, la CEDU risponde che “il simbolo del crocifisso ha una pluralità di significati, fra i quali il significato religioso è tuttavia predominante”, che “la presenza del crocifisso nelle aule va al di là del semplice impiego di simboli in contesti storici specifici” e difatti anche la Chiesa Cattolica “attribuisce al crocifisso un messaggio fondamentale”. Pertanto “la presenza del crocifisso può facilmente essere considerata da allievi di qualsiasi età un segno religioso e questi si sentiranno quindi istruiti in un ambiente scolastico influenzato da una religione specifica. Ciò che può essere gradito da alcuni allievi religiosi, può essere sconvolgente emotivamente per allievi di altre religioni o per coloro che professano nessuna religione. Questo rischio è particolarmente presente negli allievi che appartengono a minoranze religiose. (…) L’esposizione di uno o più simboli religiosi non possono giustificarsi né con la richiesta di altri genitori che desiderano un’istruzione religiosa conforme alle loro convinzioni, né – come il governo sostiene – con la necessità di un compromesso necessario con le componenti di ispirazione cristiana“ quindi non si vede “come l’esposizione nelle aule di scuole pubbliche di un simbolo che è ragionevole associare al cattolicesimo (la religione maggioritaria in Italia) potrebbe servire al pluralismo educativo che è essenziale alla preservazione d’ una società democratica come la concepisce la Convenzione, e alla preservazione del pluralismo che è stato riconosciuto dalla Corte costituzionale nel diritto nazionale". La CEDU addirittura amplia il suo giudizio fino a ritenre che "l’esposizione obbligatoria di un simbolo confessionale nell’esercizio del settore pubblico relativamente a situazioni specifiche che dipendono dal controllo governativo, in particolare nelle aule, viola il diritto dei genitori di istruire i loro bambini secondo le loro convinzioni e il diritto dei bambini scolarizzati di credere o non di credere”.
In pratica non dovrebbe esser esposto neanche in tutti gli altri uffici pubblici.
Come si può capire da quanto sopra scritto non si tratta di una limitazione religiosa, ma di un allargamento di tale libertà anche ai non credenti o ai non cattolici. Si compari la legge sul fumo che “limitando” la libertà di fumare (nei locali frequentabili da tutti), in pratica, dà una libertà completa di non fumare a tutti i non fumatori. Senza, per questo, che si possa gridare ad una repressione di un diritto. Lo stesso per quanto riguarda il crocifisso: non viene repressa una libertà dei cattolici (si noti bene che si parla di cattolici e non di altre religioni cristiane, le quali concordano su questa decisione. Si veda al riguardo il commento alla sentenza della Corte Costituzionale del 2004 che pronunziava la propria incompetenza a decidere sul crocifisso, ma che dai media italiani veniva intepretata come una decisione a favore del crocifisso nelle scuole), ma viene allargata una libertà ai non cattolici o non credenti.
Naturalmente alla Chiesa cattolica non è andata giù questa decisione, probabilmente non vuole perdere questo privilegio in attesa di pretendere che un giorno venga esposto anche nelle scuole private ebraiche, o in quelle musulmane. In fondo si tratta di una tradizione nazionale facente parte delle nostre radici e le scuole ebraiche sono sul suolo nazionale…
Da notare che il governo si ricorda delle sentenze della CEDU quando più gli fa comodo: quando si condanna l’Italia per i processi troppo lunghi. Niente di male se fossero così sensibili da subito, lascia da pensare che se ne siano accorti solo dopo che il Presidente del Consiglio è diventato di nuovo processabile, mentre invece quando parla di libertà per tutti i cittadini ecco come le risponde
La Lega non smentisce la propria lotta al diverso e in nome di una sua concezione di legalità non perde occasione per andare all’attacco degli stranieri onesti, colpevoli di essere diversi dalla loro concezione di conformità. Ora l’attacco è al burqa. Vogliono fare una legge che punisca chi indossa tale indumento.
Magari si pensa che voglia difendere i diritti delle donne, oppure qualche tipo di libertà, ma la vera ragione è combattere il diverso, in questo caso il due-volte diverso: straniero e di altra religione.
Prima di affrontare l’argomento è necessario chiarire di cosa stiamo parlando. Il hijab è il velo tradizionale quello che vediamo spesso portato dalla maggior parte delle donne emigrate, quello che copre i capelli e lascia libera la faccia; il niqab è il tradizionale velo intorno ai capelli (il hijab), in genere con un velo ulteriore che copre il viso fino agli occhi; il burqa è una sorte di veste a lenzuolo che copre completamente la donna, lasciando un buco rettangolare, del tutto libero oppure con una specie di retina, al livello degli occhi (molto tradizionale in Afghanistan).
La legge che si vorrebbe modificare è la cosiddetta legge Reale1, promulgata negli anni di piombo, il cui spirito era quello di permettere di riconoscere chi sparava addosso ai poliziotti durante le manifestazioni. Che poi abbia funzionato o meno è un altro discorso: andare a prendere un manifestante mascherato, dentro un corteo, effettivamente non era e non è la cosa più saggia da fare. La legge, per lasciare ampi spazi di libertà, riservati specialmente alle nostra tradizioni nazionali (vedi anche carnevale), specifica che è perseguibile chi non si rende conoscibile “senza giustificato motivo”.
Se fosse una battaglia contro lo sfruttamento delle donne, sarebbe ben meritoria. Infatti favorevole a questa legge è Emma Bonino che non ha sicuramente intenti reconditi contro il niqab. Ma pensare che alla Lega interessi la libertà delle musulmane è un pio desiderio. Purtroppo quella della Lega è soltanto un seguito delle battaglie che sta portando avanti contro gli stranieri, delinquenti e non, senza alcun discernimento. La solita battaglia contro il diverso e per la cosiddetta tradizione cristiana di cui loro si considerano depositari, salvo poi divorziare, sposarsi con il rito celtico, respingere “cristianamente” i diseredati, ecc.
Nelle osterie padane, se qualcosa esce leggermente dagli schemi, il cervello dei frequentatori va in cortocircuito: maschio-femmina, bianco-nero, italiano-straniero, cattolico-altra religione, ecc.
Purtroppo la questione effettivamente è un po’ più complicata del “bianco-nero”, limite invalicabile del cervello leghista, ci sono implicazioni un po’ più profonde:
1) La libertà della donna.
2) La libertà di religione sancita dalla nostra Costituzione.
3) Tutela della sicurezza pubblica
1) Per iniziare, una piccola nota storica. È necessario precisare che il velo è entrato nella cultura araba attraverso tradizioni cristiano-orientali dell’impero Bizantino. Ma ancora prima dei bizantini già San Paolo aveva dettato delle norme che si sono mantenute fino a qualche anno fa, se non continuano in certi luoghi. [3] Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. [4] Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. [5] Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. [6] Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra. [7] L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. (Corinzi I, 11)
È evidente che obbligare la donna che si mette il niqab (o qualunque altro indumento) contro la sua volontà, è una illeggittimità e va contro tutti i nostri principi di libertà che ci siamo guadagnati dalla Rivoluzione Francese in poi.
Il significato “ufficiale” di tale indumento è nascondere agli occhi estranei le parti belle della propria persona, affinché le donne possano mostrarsi nella loro interezza solo al marito e ai familiari. Attualmente è diventata anche un affermazione della propria identità. A questo c’è da aggiungere anche un retrosignificato antropologico. In pratica, una forma di erotismo: nascondere per far immaginare, eccitare. Spesso gli occhi di queste donne sono truccati, e il trucco degli occhi non serve altro che a accentrare l’attenzione sull’iride, visto che le pupille sono segnali di disponibilità sessuale: la pupilla di fronte alla vista del proprio partner (o di qualcuno che piace) si dilata. Insomma una scelta di “piacere” al proprio uomo, come potrebbe essere quello di indossare scarpe con tacchi a spillo. Quante donne “nostrane” li indossano? Naturalmente loro dicono che è una loro libera scelta e che si sentono a loro agio indossando qualcosa che piace loro. Ma il fatto è che essi sono anche un segnale erotico molto forte per gli uomini. Perché nessuno vuole liberare le donne dalla tortura dei tacchi a spillo?
Neanche quella ex parlamentare di destra, che va predicando di voler dare la precedenza agli italiani nell’assegnazione di alcuni diritti (provenienti da tasse pagate), ma che va matta per le scarpe con tacchi stratosferici.
Probabilmente la maggioranza delle donne non è cosciente di questo “segnale”, come non si rendono conto che ogni indumento viene “costruito” da secoli per attirare il membro della specie di sesso opposto. Il coprirsi le spalle, o il divieto di entrare nelle chiese in calzoncini, non è che coprire segnali sessuali… Perché nessuno si scandalizza di questi stupidi divieti?
Alcuni obietteranno che le donne cattoliche portano il velo solo in chiesa, o nelle celebrazioni religiose all’aperto. Ma il concetto di rapporto con dio non è per tutte le religioni uguale, i cattolici, sembra, che una volta usciti dalla chiesa lo rallentino, ma ci sono religioni in cui è un rapporto continuo anche negli atti quotidiani. Per un confronto si pensi alle suore che, anche se escono dal convento non si mettono in “borghese”. Molte donne si sentirebbero sottomesse anche se indossassero gli abiti monacali, ma nessuno si scandalizza di vedere nelle strade queste monache coperte dalla testa ai piedi con solo la faccia visibile.
Il perché mi sembra evidente: una persona maggiorenne è padrona di indossare ciò che vuole. Ma allo stesso modo, perciò, deve essere libera chi volesse indossare il niqab, no? Naturalmente la Lega pensa che chi è ospite in casa d’altri debba comportarsi da ospite e per questo tutti quelli che deviano un po’ dalle loro concezioni di conformità dovrebbero tornare a casa loro e non verrebbe mai nella loro povera mente che magari tra i musulmani ci potrebbero essere anche italiani con i loro stessi diritti. Se tutte le ragazze musulmane immigrate, indossassero scarpe con tacchi a spillo sicuramente non si scandalizzerebbero, se queste ragazze partecipassero alle selezioni per diventare veline, o a festini in ville varie, tanto meno…
Il problema potrebbe nascere con le ragazze minorenni. Imporre un indumento ad una minorenne non è che sia il massimo esercizio di libertà, ma se qualcuno appartiene ad una religione deve poter essere libero di seguirla nei suoi precetti. Non mi pare che si scandalizzi quando si “obbligano” i propri figli ad andare a messa (se non ne hanno voglia) o a frequentare il catechismo (invece di andare a giocare).
Mi pare che la maggioranza dei credenti pensa che sia giusto inculcare la propria religione nelle menti dei bambini, fin dalla nascita, e quindi perché scandalizzarsi se una religione fa vestire in qualche modo i propri figli? O forse che bisogna educare solo a quella che si considera la “vera religione”? (Naturalmente si tratterebbe di quella cristiana, per la maggioranza degli italiani). Come si vede la questione alla base del rapporto con i minorenni è se sia o meno giusto educarli religiosamente (su questo tema si legga qui).
2) La Costituzione, questo assurdo ostacolo di fronte alla Lega, che, se potessero, modificherebbero anche nella prima parte, sancisce che tutte le religioni sono sullo stesso piano. Probabilmente nelle loro osterie non è un libro molto presente sui tavoli e quindi non lo sanno, ed infatti, ovunque amministrino, cercano di impedire che vengano costruite nuove moschee.
Ogni cittadino è libero di professare la religione che vuole. Ed a questa libertà seguono i precetti di tale religione, validi fino alla salvaguardia della salute dell’individuo. Quest’ultima salvaguardia addirittura perde vigore fondendosi con il diritto a rifiutare le cure.
Quindi, impedendo ad un individuo di indossare un indumento previsto dalla propria religione, si limita la libertà di religione. Stiamo parlando di persone che lo indossano di propria volontà, naturalmente. Sempre in questo caso, se impedissimo di indossare un indumento con l’intenzione di “liberare” la donna da questo obbligo (nonostante il suo rifiuto) non sarebbe come voler impedire alle monache di clausura (o ai monaci) di rinchiudersi in un convento a vita senza avere rapporti con l’esterno ? Una specie di “esportazione della libertà” di triste memoria. E se pensiamo a che vita fanno dentro questi conventi, mi pare chiaro che è preferibile andare vestiti con un velo che stare tutta la vita rinchiusi spesso anche mortificando la carne.. Oppure è più ragionevole che una donna si sottometta ad una entità “immaginaria”? La lega naturalmente non ci ha neanche pensato in quanto nella sua mente non alberga minimamente il concetto di libertà della donna.
3) Il problema della sicurezza e la legge Reale1 sembra che in qualche modo siano nati con il terrorismo. Infatti prima di tale periodo non se ne sentiva il bisogno. Attualmente, a parte durante le manifestazioni, dei posti delicati per andare con il volto coperto potrebbero alcune città italiane (ad alta densità delinquenziale), dove chi gira con il casco integrale desta forti sospetti di essere uno scippatore o un killer (ma in genere i rapinatori o scippatori cercano di passare inosservati e vedere una donna in niqab sulla motocicletta sarebbe un po’ estemporaneo). Altra ipotesi "delicata" più verosimile, potrebbe essere la banca, dove però potrebbe essere stabilito di farsi riconoscere prima di entrare. Una volta all’interno è naturale che per le operazioni gli impiegati debbano identificare l’eventuale cliente. Stesso discorso vale anche in qualunque ufficio pubblico o a richiesta di pubblici ufficiali: le donne velate debbano mostrare l’intera faccia per poter essere riconosciute. Ma questo accade già ora.
Analizzati i suddetti punti, quali sono le principali riflessioni?
La vera priorità è la libertà dell’individuo, nel nostro caso della donna (fino a che non limiti la libertà altrui). Questa dovrebbe essere la linea guida per salvaguardare questa libertà. Purtroppo, la Lega, pur essendo alleata al Popolo delle (cosiddette) Libertà (sic!), salvaguarda solo le libertà che più l’aggradano, mentre quelle individuali vorrebbero limitarle, specie quando si tratta di libertà laiche o (altrimenti) religiose.
Subito dopo viene la libertà di religione che è subordinata alla libertà dell’individuo. Quindi principalmente deve essere salvaguardata la libertà di scegliere. Poiché però tale libertà a volte è nascosta dalla sottomissione della donna alla propria famiglia, bisognerebbe probabilmente creare una legge ad hoc, che punisca chi obblighi la propria moglie o familiare ad indossarlo, contro la sua volontà, magari rendendo la denuncia non remissibile, come già accade per la violenza sessuale, per la ragione che sotto la pressione dei familiari potrebbero “ripensarci”.
Inoltre, affinché lo Stato, dovendo restare laico, non arrivi a compiacere ogni tipo di precetto religioso, che in genere sono retaggi superstiziosi, una buona soluzione potrebbe essere quella adottata dalla Francia: in luoghi appartenenti alla Pubblica Amministrazione, scuole, uffici statali, piscine pubbliche, ospedali, ecc., non viene riconosciuta, né, tantomeno, preferita, alcuna religione e non è permesso entrarci con simboli religiosi, ciò per “rendere libere” le donne che sono costrette, loro malgrado, ad indossare indumenti non graditi o a comportamenti dettati da retaggi religiosi, come ad esempio non poter essere visitate da medici uomini.
Quest’ultima sarebbe probabilmente la soluzione ideale ma in questa repubblica in cui la "sana laicità" viene definita dalla Chiesa Cattolica non la vedo ancora praticabile. E così in Italia ci ritroviamo con la tendenza opposta. Assecondare tutti i precetti religiosi per una malintesa libertà di culto.
Note
1) Legge n.152 del22 maggio 1975, Art.11:
È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico senza gisutificato motivo. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne di carattere sportivo.(…)
Come preannunciato ecco alcune informazioni sull’ora di religione.
Quest’ora costa ai cittadini contribuenti italiani circa un miliardo di euro. E ciò per avere un’ora d’insegnamento di una materia facoltativa, e per di più su una religione, o, quando va bene, su più religioni, ma insegnata da un insegnante cattolico.
Il bello è che nonostante gli insegnanti siano pagati dallo Stato, sono nominati dalla Curia Vescovile di appartenenza della scuola. Naturalmente tale nomina è discrezionale, e senza alcun tipo di concorso e può sempre essere revocata, ad esempio se l’insegnante dovesse divorziare e risposarsi, e quindi nonostante tale insegnante si avvalesse di una legge vigente nello Stato italiano. Ma, visto che per legge li devono scegliere i vescovi, se li scelgono come più aggrada loro.
Tali insegnanti, nonostante insegnino una materia facoltativa, non sono precari ma di ruolo. Sì, molto più fortunati delle migliaia di insegnanti precari che ogni mattina non sanno se potranno lavorare o no. Ma il bello di questo essere di ruolo, è che se vengono licenziati (dal vescovo) lo Stato se li deve accollare per tutta la vita. E non finisce qui, perché tali insegnanti, a parità di ore, guadagnano più degli insegnanti “normali” di ruolo.
Come potrebbe essere una situazione normale e ideale in uno Stato laico?
1a ipotesi: un’ora facoltativa, all’inizio o alla fine della mattinata, così che chi non dovesse scegliere questo insegnamento facoltativo, possa andarsene a casa prima o venire a scuola più tardi. Tale ipotesi è sempre stata osteggiata dai vescovi, che si rendono conto che così ci sarebbero molti studenti in meno che farebbero questa scelta. In questa ipotesi però non si dovrebbero far ottenere crediti, visto che i membri di altre religioni non potrebbero scegliere la propria.
2a ipotesi: Un’ora facoltativa che, nel caso di non scelta, venga sostituita da un insegnamento alternativo. Quello che dovrebbe succedere teoricamente ora, ma che non avviene molto spesso, lasciando gli studenti, che non hanno fatto la scelta, a studiare in altre classi. Cosa che tra l’altro è un po’ discutibile, visto che sono le ore alternative dovrebbero trasferirsi in altre classi. Ma questa ipotesi in ogni caso lascerebbe discriminate le altre religioni, specialmente, se da questa ora si possono ricevere crediti (vedi post precedente e sentenza TAR).
3a ipotesi: Un’ora facoltativa della (propria) religione o di quella che si sceglie, con la possibilità per chi non crede, di avere come insegnamento un’ora di Etica. Naturalmente gli insegnanti non possono essere solo cattolici e tanto meno nominati dalla Curia. Questa ipotesi, forse la più ragionevole, in Italia non è stata nemmeno presa in considerazione (pressioni della Chiesa? A pensar male a volte ci si azzecca…)
4a ipotesi: l’abolizione dell’ora di religione con la sostituzione della materia di educazione civica. In fondo la religione ognuno se la studia presso il proprio “tempio” con il catechismo (o ancora meglio sarebbe che ognuno la religione se la scegliesse autonomamente da adulto). Questa 4a ipotesi è troppo forte per i nostri politici (quasi tutti) e l’appoggiano solo alcuni… cattolici convinti, tipo Messori, oppure il Card. Martini, il quale, in mancanza di uno studio più approfondito preferirebbe questa soluzione.
Per quanto mi riguarda io appoggerei le ultime due soluzioni, con preferenza per l’ultima.
Per la cronaca, il nostro laicissimo Stato ha presentato un decreto legge, tanto per cambiare, con il quale mette nero su bianco il valore dell’ora di religione per acquisire i crediti. Con buona pace dei diversamente credenti o dei non credenti affatto.
Ieri una sentenza del TAR Lazio è tornata a galla (la sentenza datava 18.07.2009) facendo molto scalpore tra i vari media e, conseguentemente in tutti gli ambienti.
La sentenza ha annullato le Ordinanze ministeriali emanate dall’allora Ministro P.I. Fioroni per gli esami di Stato del 2007 e 2008 che prevedevano la valutazione della frequenza dell’insegnamento della religione cattolica ai fini della determinazione del credito scolastico, e la partecipazione “a pieno titolo” agli scrutini da parte degli insegnanti di religione.
Cosa sta a significare?
Il Ministro (dell’allora governo Prodi) aveva emesso queste ordinanze per far sì che i crediti acquisiti durante l’ora di religione valessero per gli esami finali e che gli insegnanti di religione potessero partecipare agli scrutini. Quindi ora, praticamente, gli insegnanti di religione non possono partecipare agli scrutini e l’aver partecipato all’ora di religione non farà guadagnare crediti (uno, mi sembra sia) agli studenti.
Mons. Diego Coletti, presidente della Commissione episcopale per l’educazione cattolica, ha dichiaratoche si tratta di una decisione che danneggia la laicità ed è sintomo del "più bieco illuminismo che vuole la cancellazione di tutte le identità". Ha inoltre definito la sentenza particolarmente pretestuosa e ha riaffermato che l’insegnamento della religione cattolica è parte integrante della conoscenza della cultura italiana, e in questo senso va inteso nel sistema scolastico italiano, non come percorso confessionale individuale. “Non si tratta di un insegnamento che va a sostenere scelte religiose individuali: ma di una componente importante di conoscenza della cultura di questo Paese, con buona pace degli irriducibili laicisti e purtroppo dobbiamo dire con buona pace anche dei nostri fratelli nella fede di altre confessioni cristiane". "Non conosco i giudici del Tar del Lazio,anche se questo tribunale amministrativo ha una sua lunga storia che molti conoscono. Caso mai ci sarà da chiedersi come mai la competenza su una questione così delicata venga data a un tribunale amministrativo regionale".
Chissà chi doveva avere questa competenza, forse la Sacra Rota? E dire che la giurisprudenza non è che accetti qualunque sentenza di qualunque giudice: basti ricordare la sentenza famosa del crocifisso all’Aquila (che lo faceva togliere dalla classe) che fu annullata in quanto il giudice ordinario non poteva decidere su una questione del genere.
Ora, dopo aver letto le opinioni della parte interessata, guardiamo da vicino le motivazioni della sentenza che viene ritenuta pretestuosa dal monsignore.
Il TAR afferma che “l’attribuzione di un credito formativo ad una scelta di carattere religioso degli studenti e dei loro genitori, quale quella di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, dà luogo ad una precisa forma di discriminazione, dato che lo Stato Italiano non assicura identicamente la possibilità per tutti i cittadini di conseguire un credito formativo nelle proprie confessioni ovvero per chi dichiara di non professare alcuna religione in Etica Morale Pubblica”.
In pratica, gli studenti ebrei, quelli musulmani o quelli di qualunque altra religione (ed anche quelli atei, eh sì, possono esisterne anche tra gli studenti…), non potrebbero acquisire quel credito, in quanto non potrebbero essere liberi di frequentare l’ora della propria religione, visto che attualmente quella insegnata, generalmente, è la religione cattolica (non parliamo poi dell’ora di Etica Morale Pubblica eventualmente riservata agli atei).
Il TAR aggiunge anche che “sul piano giuridico, un insegnamento di carattere etico e religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può assolutamente essere oggetto di una valutazione sul piano del profitto scolastico”.
Ovvero, un insegnamento religioso, che attiene alla sfera privata individuale, non può essere oggetto di valutazione finale dello studente.
Ancora, “In una società democratica certamente può essere considerata una violazione del principio del pluralismo il collegamento dell’insegnamento della religione con consistenti vantaggi sul piano del profitto scolastico e quindi con un’implicita promessa di vantaggi didattici, professionali ed in definitiva materiali”.
Ovvero, come da spirito della legge, la scelta dell’ora di religione deve essere assolutamente libera e non dettata da eventuali previsioni di profitti.
Precisa inoltre che “lo Stato, dopo aver sancito il postulato costituzionale dell’assoluta, inviolabile libertà di coscienza nelle questioni religiose, di professione e di pratica di qualsiasi culto “noto”, non può conferire ad una determinata confessione una posizione “dominante” – e quindi una indiscriminata tutela ed un’evidentissima netta poziorità [= preferenza – ndA] – violando il pluralismo ideologico e religioso che caratterizza indefettibilmente ogni ordinamento democratico moderno”.
Ovvero, la Costituzione già lo sancisce esplicitamente. Lo Stato non fa preferenze per alcuna religione. Cosa che avverrebbe mettendo la religione (cattolica) nella posizione di poter fare la differenza tra uno studente cattolico (o che frequenta l’ora di religione) ed uno ateo (o di altra religione) che non può frequentare l’ora che più gli aggrada. Infatti nel caso avessero lo stesso numero di crediti di ore “normali”, il credito di religione farebbe sopravanzare il cattolico.
Infine “qualsiasi religione- per sua natura – non è né un’attività culturale, né artistica, né ludica, né un’attività sportiva né un’attività lavorativa, ma attiene all’essere più profondo della spiritualità dell’uomo ed a tale stregua va considerata a tutti gli effetti”.
Un colpo al sentire religioso dei cittadini? Così lo sentono le gerarchie vaticane e molti parlamentari proni a queste: non meritano neanche di essere citati, sono sempre i soliti. Ma forse è un colpo all’egemonia della relgione cattolica che in uno stato laico dovrebbe essere pari alle altre ma di fatto non lo è, come si evince da questa sentenza e da moltissime altre situazioni. Ed infatti, pensate che il ricorso lo abbiano fatto una massa di atei laicisti?
Sì, certamente anche diverse associazioni laiche, ma tra i ricorrenti c’erano anche la Chiesa Evangelica Luterana in Italia, l’Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia, l’UCEI – Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, la Federazione delle Chiese Pentecostali, l’Unione Italiana delle Chiese Cristiane Avventiste del 7° Giorno, l’Alleanza Evangelica Italiana, la Tavola Valdese, il Comitato Insegnanti Evangelici Italiani (CIEI) e la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia.
Capisco che per i cattolici queste religioni non sono nel giusto in quanto non professano la religione vera, ma la nostra Costituzione non fa differenze tra le diverse religioni, neanche nel numero dei credenti, e quindi mi pare chiaro che tutte le proteste delle gerarchie vaticane nascano da una perdita di predominanza nella società. Basta rileggere la dichiarazione del monsignore, adesso, dopo aver letto le motivazioni del TAR: una decisione che danneggia la laicità ed è sintomo del "più bieco illuminismo che vuole la cancellazione di tutte le identità".
Ben vengano queste decisioni, anche per i cattolici, quando diventeranno una minoranza e le invocheranno in nome della libertà di religione.
Nel prossimo post parleremo dell’ora di religione e di come funziona.
“Il Parlamento deve fare leggi non orientate da precetti di tipo religioso". Lo ha detto Fini (tanto per cambiare), e il grande partito laico UDC gli ha dato subito addosso: “Si tratta di un appello alla discriminazione verso i cattolici impegnati in politica e tutti coloro che vivono una fede o credono ad una religione. Il presidente della Camera ci riporta nel più buio dei totalitarismi neri nel Novecento”.
Mi piacerebbe chiedere a tali signori perché non parlano anche di discriminazione di musulmani, di indù, di protestanti. Che forse questi non hanno gli stessi diritti dei cattolici? O forse i cattolici sono la maggioranza in Italia (almeno sulla carta) e quindi hanno più diritti degli altri? E nel caso siano d’accordo che i cattolici hanno gli stessi diritti delle altri religioni e che quindi l’asserzione discrimina anche le altre religioni, vorrei chiedere: Secondo i precetti di quale Dio bisognerebbe orientare le leggi? Di quello cattolico, suppongo, visto che è la vera religione, oppure hanno intenzione di mettere d’accordo tutti gli dei a cui si crede sulla Terra? Spero anche i pagani. Non vedo perché debbano essere discriminati.
E allora ecco una bella bioetica condivisa: lunedì non si mangia maiale, martedì vitello, mercoledì le donne si devono mettere il velo, giovedì giorno dedicato all’iscrizione nelle liste di collocamento degli embrioni (in attesa di una bella legge che riconosca anche diritti agli spermatozoi), venerdì, sabato e domenica festa (magari in questi giorni come divertimento si possono lapidare adultere o impiccare omosessuali).
Qualcuno è rimasto discriminato?
Ah, forse i non credenti.
Vabbe’ non importa, tanto non si offendono, visto che non hanno un dio in cui credere…
Passeggiando nei pressi di qualche asilo infantile, ci capita, volgendo uno sguardo nel cortile, di vedere frotte di bambini vocianti che giocano tra loro. La particolarità, ormai, potrebbe essere che, con la sempre maggiore immigrazione, questi bambini formino una miscellanea di etnie e che tali etnie siano riconoscibili dal loro abbigliamento. Ma non solo la loro etnia è riconoscibile, anche la loro religione spesso potrebbe essere intuibile dal loro abbigliamento o da oggetti che indossano: una kippah, o dei lunghi riccioli ai lati del capo, per gli ebrei, una catenina con un crocifisso per i cristiani, un velo a coprire i capelli, per i musulmani, un punto rosso pitturato in fronte per gli induisti, ecc. Queste affermazioni non vogliono essere determinanti, magari tali segni vengono portati in età adulta, oppure non sono obbligatori. Non è questo che volevo sottolineare. Volevo far notare come troviamo del tutto naturale poter associare un bambino, di qualche anno, ad una religione. Un concetto come la religione, che ci fa riflettere ogni giorno di fronte ad ogni scelta di vita, che ci fa porre domande sull’origine dell’universo, sul suo scopo e sul nostro ruolo qui sulla Terra, viene posto su spalle di bambini che hanno appena cominciato a parlare.
Siamo così assuefatti che ci sembra del tutto normale che un bambino sia “marchiato” sin dalla nascita dalla religione dei genitori. Che il padre e la madre debbano scegliere per lui la futura “filosofia” alla quale debba appartenere. Potrà sembrare che questa scelta sia una consuetudine riservata solo ai genitori praticanti e invece non è così. Anche chi magari non va mai in chiesa o non ha una convinzione ferma sulla “sua” religione, alla nascita di un figlio, sceglie di battezzarlo (se cristiano) oppure di circonciderlo, se ebreo o musulmano, ecc.
I cattolici fino a pochissimo tempo fa, avevano lo spauracchio del limbo. Se non si battezzava il bambino e moriva, non avrebbe potuto mai raggiungere il paradiso (bella giustizia dell’essere più giusto: la più innocente delle creature doveva essere “semidannato” per una colpa ereditata dai trisavoli dei trisavoli dei trisavoli, ecc.– neanche la giustizia terrena arriva ad una forma così alta di ingiustizia: le colpe dei genitori non possono ricadere sui figli). Ciò fino a poco tempo fa quando l’attuale papa, nella sua infallibilità, ha decretato che fino ad allora avevano scherzato: il limbo non era mai stato un dogma e anche i non battezzati potevano raggiungere la salvezza. Si pensi a quanto possano aver sofferto tutte le famiglie che durante tutti questi secoli hanno perduto qualche bambino, senza che ci fosse stato il tempo di somministragli il battesimo. Insomma, non è più necessario il battesimo per raggiungere il paradiso e quindi anche questo pretesto viene a decadere.
Allora, cosa c’è di strano in questa scelta fatta per i figli? È difficile rendersene conto, specialmente per i cattolici che, anche se non fermamente religiosi, hanno inculcata, sin da bambini, la convinzione di professare la vera religione e la spinta a diffondere la loro buona novella.
Provate ora a guardare quei bambini nell’asilo da un’altra angolazione.
Fate un po’ di attenzione e con l’immaginazione cercate di vedere nel cortile un bambino cristiano, un bambino comunista, uno induista, girate ancora lo sguardo e un po’ più in là, vedete un bambino ebreo che gioca con uno keynesiano e uno ateo che gioca con un bambino agnostico. Cominciate a notare la stranezza? Perché un bambino non potrebbe essere comunista, se può essere cristiano? Che forse è troppo difficile la filosofia comunista? Basta avere i mezzi della logica e un bambino potrebbe benissimo arrivarci da solo. Non mi sembra così complicato far capire a un bambino che se ha un pezzo di pane suo e lo divide in due può sfamarci due persone invece che una. Forse è meno complicato per lui comprendere che una vergine possa partorire un bambino o che quando un gruppo di persone inghiotte un dischetto fatto di acqua e farina, questo si trasforma in carne umana? Si tratta di due filosofie di vita, non vedo come non sia possibile educare fin dalla nascita un bambino al comunismo. Anzi, forse sarebbe anche più logico, visto che si tratta di una filosofia basata su argomenti razionali (la si condivida o meno). Al contrario, dare una educazione religiosa significa inculcare nella testa di un essere indifeso (nel senso che non ha ancora i mezzi per il ragionamento logico) un convincimento non basato su prove scientifiche. Un bambino non ha ancora gli elementari mezzi per ragionare con la logica, come l’analogia, la proprietà transitiva, ecc. e quindi non può scegliere se credere o no ad un’affermazione, se non può giudicare se è assurda o no. Credo quia absurdum (=Credo perché è assurdo) diceva Tertulliano. Nel momento in cui giudico, con il ragionamento, che si tratta di un’assurdità, allora posso scegliere di "credere" (se una cosa è provata scientificamente, non ho scelta, se non provare il contrario). E tale scelta di credere è libera, solo se ho i mezzi per scegliere. A un bambino si fa fatica ad inculcare gli elementi della fisica e tutto ciò che governa l’andamento della natura: un fulmine, la prospettiva, il caldo, il freddo, ecc. e accanto a questi rudimenti di fisica che gli serviranno per capire il mondo che lo circonda, gli insegniamo anche che un certo signore, nato da una vergine, poi è resuscitato ed è salito in cielo; ma com’è possibile, se tutti quelli che conosce e che sono morti non li ha più incontrati, o che senza un aereo o senza ali si possa volare, potrà pensare il bambino.
Ma come?!, prima gli insegniamo a guardarsi intorno con spirito critico spiegandogli che tutta la realtà deriva da fenomeni fisici e poi gli diciamo che ci sono entità invisibili. E quando magari ci racconta di un grande coniglio rosa con il quale gioca, gli spieghiamo che non può esistere, visto che noi non lo vediamo.
Non devono esistere bambini cattolici, musulmani, pagani, ecc., ma solo bambini figli di cattolici, musulmani, pagani, ecc.
Ai bambini bisogna insegnare come pensare e non cosa pensare.
Ad ogni pie’ sospinto il papa con tutti i suoi accoliti non smette di ricordare che i parlamentari cattolici eletti nel parlamento italiano devono legiferare tenendo conto della loro religione e, sostenendo che la sua definizione di laicità è quella “buona”, per la proprietà transitiva, sostiene che l’obbedienza dei parlamentari cattolici sarebbe la perfetta laicità.
E così tutta questa buona laicità ha frenato nel nostro Paese l’approvazione di leggi che avrebbero portato l’Italia al livello di Paesi più civilizzati.
L’anomalia in tutta questa situazione, paradossalmente, non è il papa & C. che fanno tutte queste affermazioni, visto che è il loro compito predicare a tutti i cattolici, ma sono i parlamentari cattolici che, per obbedienza a sua santità, omettono di obbedire allo Stato, e al popolo che li ha messi lì dove stanno (be’, quest’ultima affermazione forse è anche esagerata, visto che le ultime volte sono stati nominati dai partiti stessi).
Ritornando al papa: quando i cattolici sono minoranza invoca la libertà di religione, quando sono maggioranza, detta legge appellandosi spesso ai suoi valori non negoziabili. Come si può notare sembra ci sia una schizofrenia in questo comportamento: difensore della libertà di religione per quella cattolica, un po’ meno quando si tratta di altre religioni; nel senso che è disposto a difenderle fino a che si trovano d’accordo con la cattolica, nel momento in cui non hanno ideali comuni non esita a calpestare i diritti degli altri credenti. Tra le tante, la più clamorosa: l’aver contribuito a far fallire il referendum sulla fecondazione assistita, per la quale, ad esempio i valdesi, non la pensavano affatto come loro (ma si sa, quando la maggioranza sono i cattolici dettano legge, nel momento che diventano minoranza invocano la libertà religiosa).
Come dicevo, l’anomalia non sarebbe quella del papa che fa i propri interessi, ma quella dei parlamentari che in nome della propria coscienza non sarebbero disposti a appoggiare leggi contro le proprie convinzioni religiose.
Cosa c’è di strano e di sbagliato in questo?
Per prima cosa è necessario ricordare che l’Italia, per Costituzione è uno Stato laico, e che come Stato laico non dovrebbe legiferare secondo le convinzioni di una religione, piuttosto che di un’altra; che le convinzioni religiose appartengono alla propria coscienza personale e che non si possono ergere a leggi generali, a rischio di calpestare i diritti dei non credenti o dei diversamente credenti.
Molti ora penseranno che in una democrazia la maggioranza deve decidere per tutti.
Generalmente sarebbe un ragionamento giusto ma, in una democrazia liberale, anche le minoranze vanno tutelate, specie se questa democrazia le sancisce nella propria Costituzione. E per questo, ad esempio, abbiamo la tutela delle minoranze linguistiche e non viene imposto a queste minoranze di abbandonare la propria lingua solo perché la maggioranza ne parla un’altra, né venogono discriminate. Inoltre c’è una differenza tra leggi impositive e leggi permissive. Le leggi impositive obbligano ad un certo comportamento tutti i cittadini, mentre quelle “permissive” danno la libertà di un certo comportamento (che naturalmente non deve ledere i diritti di altri), quindi quelle del secondo tipo non vanno a limitare i diritti di altri e tanto meno della maggioranza. Per lo stesso motivo, giustappunto, tornando al discorso principale, la Costituzione tutela la libertà religiosa, e sottolinea che tutte le religioni sono uguali di fronte allo Stato.
Quindi, prima ragione, è il fatto di vivere in una democrazia liberale.
Secondo motivo. Se si ragiona secondo la fede e non secondo la scienza o la logica, ogni religione può avere assolutamente ragione a seconda delle proprie credenze, fondando le proprie convinzioni su una verità rivelata che nella quasi totalità dei casi non è accordabile con religioni diverse. Se ogni credente eletto nel parlamento mettesse avanti la propria coscienza religiosa, significa, che, essendo la maggioranza dei parlamentari (attualmente) cattolica, verrebbero fatte leggi secondo la morale cattolica (ad esempio) e i valori, che per questa sono non negoziabili, verrebbero imposti a tutti gli italiani indipendentemente dai credi religiosi o dalla areligiosità. Questo sarebbe accettabile in uno Stato confessionale che perennemente fonda i suoi principi su principi di una determinata religione, ad esempio il Vaticano o l’Arabia, ma in uno Stato laico, come dovrebbe essere l’Italia ciò non dovrebbe accadere, in quanto se un giorno la maggioranza dei parlamentari sarà di fede musulmana e ragioneranno alla stessa maniera (comportarsi conformemente alla propria religione anche nella legiferazione) potremmo arrivare all’approvazione di una legge sull’obbligatorietà del velo.
Ultima ragione è che un parlamentare, indipendentemente dal credo religioso, una volta che rappresenta il popolo italiano, deve legiferare per tutti gli italiani e non solo per quelli con le sue stesse convinzioni religiose.