Nei computer si parla di memoria volatile quando si vuol indicare la memoria che allo spegnimento del PC si cancella.
Il cervello del nostro beneamato premier Berlusconi deve funzionare in maniera analoga. Quando va a dormire, si cancella la memoria di tutto quello che dice.
Forse il presidente del consiglio pensa che anche la nostra memoria si sia fatta lessare dai grandiosi programmi delle sue TV…
Ecco infatti quello che ha dichiarato a Ballarò ieri 1° giugno 2010 in merito a sue eventuali dichiarazioni a sostegno dell’evasione fiscale, riportate dal vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini:
“Il giornalista di Repubblica ha mentito spudoratamente dicendo che da parte mia c’è stato mai un sostegno circa l’evasione fiscale (…) è menzogna assoluta proclamare come è stato fatto che io avrei in qualche modo giustificato e sostenuto l’evasione fiscale”.
Fernando Savater è un filosofo spagnolo contemporaneo (è nato nel 1947) e insegna filosofia all’Università Complutense di Madrid.
Tra i suoi libri, Etica per un figlio, I 10 comandamenti del ventunesimo secolo, La vita eterna, e molti altri.
Perché parlo di lui?
Perché sul numero dell’Espresso di fine marzo c’era una sua intervista che mi è particolarmente piaciuta, in special modo, dove parlava di identità nazionale.
Non so se avete presente. Quella di cui si riempie la bocca la Lega Nord, la difesa del cristianesimo, del crocifisso attaccato sui muri, ecc. salvo poi discriminare i propri residenti che pagano le tasse, in italiani e stranieri, e a volte addirittura gli italiani stessi in chi ha più o meno anni di residenza in una città.
Questi leghisti, sindaci, mi fanno veramente paura, ma quello che mi fa più paura è che riescono a cavalcare lo scontento dei cittadini italiani facendolo ricadere sugli stranieri, come se il fatto che che gli stranieri abbiano maggiori diritti nelle graduatorie per case popolari o asili nido, fosse da far ricadere su questi, e non sul fatto che lo Stato preferisce spendere soldi verso altri lidi anziché nel sociale.
Insomma, ecco un paio di risposte dei Savater sul tema che ho sopra citato.
Ma come fare a conciliare l’identità di un paese con le culture dei nuovi arrivati?
Dovremmo dimenticarci dell’identità nazionale e parlare invece di legge democratica. L’identità dei paesi europei è la legislazione democratica. Dovremmo separare l’essere dallo stare. L’identità rientra nella sfera dell’essere: ognuno di noi si considera cristiano, musulmano, ateo, affezionato all’arte, quello che è. Lo stare ha invece a che fare con il mondo di cui le diverse identità convivono. La vera identità democratica è il rispetto dei diritti che garantiscono il riconoscimento dell’istituzione democratica. Se l’identità del singolo travalica l’identità democratica allora bisogna intervenire. (…) La nostra identità culturale deriva dalla separazione tra Chiesa e Stato, tra delitti e peccati. Le identità che ci sono oggi devono sottomettersi all’identità democratica: l’uguaglianza delle persone e la sperazione tra religione e politica. In Spagna il Partito Popolare vorrebbe che fosse firmata una legge speciale, il contratto d’integrazione, ma perché? Non serve un contratto in più: occorre che tutti rispettino le leggi del Paese.
E con le nostre radici cristiane come la mettiamo?
In Europa ci sono radici cristiane, ebraiche, musulmane. Fanno tutte parte dell’Europa. Non possiamo fare un’ Europa “à la carte” che abbia solo le radici che piacciono a noi. La religione in una democrazia è un diritto di tutti e un dovere di nessuno. Questa è la nostra identità culturale. Se la democrazia non è laica non è una democrazia, si converte in qualcos’altro, in una teocrazia leggera magari, ma di certo non è più democrazia.
Avevo già parlato della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, contro il crocifisso nelle aule scolastiche. Il nostro governo dopo quella sentenza presentò ricorso alla Grande Camera, una specie di Cassazione. In Europa però, non è come in Italia in cui ogni sentenza può essere impugnata in Cassazione. Esiste un filtro in cui vengono analizzati i motivi di un eventuale ricorso e nel caso se ne ravvisino degli elementi che rendano ragionevole un riesame, allora il ricorso viene ammesso e su questo ricorso deciderà la Grande Camera.
Come può capire anche chi ha un minimo di cervello, ammettere il ricorso non significa annullare una sentenza precedente, ma, eventualmente, nel nostro caso, farla esaminare ad una Corte superiore.
Ed invece leggete la prima pagina di questo… giornale(?) (scusate la parola grossa).
Ed ora giudicate se si tratta di un’offesa all’intelligenza degli (eventuali) lettori.
Ma forse anche parlare di intelligenza è esagerato in questo caso…
Sicuramente tutti avrete visto questa pubblicità che sta facendo in questo periodo l’ENI. Nel vederla la prima volta quasi cado dalla sedia… Ma come si può essere così ipocriti e permettersi di prenderci per il c…? Ormai questi ci prendono tutti per cretini… Una sfacciataggine così grande è veramente troppo.
Rispetto? La pubblicità parla di rispetto come se fosse uno delle sue principali attenzioni.
Be’, se non l’avete già fatto, guardatevi questa parte di puntata di Report, su Raitre, del 7/6/2009, e così capirete il grande rispetto che ha l’ENI per le popolazioni e per l’ambiente.
Se poi volete approfondire le informazioni su cosa sta accadendo in Nigeria, potete continuare a vedere le altre parti del servizio cominciando dall’inizio:
In un altro post avevo parlato della scarsa tendenza di questa maggioranza governativa ai temi verdi: indifferenza al riscaldamento globale, con tentativi di negarlo, ripresa della politica nucleare, libertà di cementificazione (proposta dal premier per ingrandire liberamente le proprie case), e, ultimamente proposta di dar libertà alle regioni di allargare il periodo di caccia.
I cacciatori naturalmente esultano e, come sempre, a cominciare dalle prime battaglie culminate con il referendum, fallito, sulla caccia, si proclamano amanti della natura, più degli ecologisti, quasi come se gli animali straziati dai loro fucili, non appartenessero alla natura, e come se la fruizione della natura dovesse prescindere dal portare con sé un’arma da fuoco..
Checché se ne dica, penso che chi pratichi la caccia, oltre ad essere indietro di qualche decennio con il modo di pensare (ma non se ne preoccupino che sono in buona compagnia…), abbia nel suo subconscio tracce di sadismo: provare piacere provocando sofferenza non lo considero un comportamento del tutto “sano” (non voglio neanche pensare a ciò che penserebbe Freud sul simbolo del fucile).
Si badi bene che non sostengo che facciano qualcosa contro la legge, che anzi è al pari del loro modo di pensare: arretrato.
Vediamo di analizzare le loro ragioni e di vedere se tale riprovevole comportamento, chiamato hobby, sia del tutto necessario.
Una di queste ragioni, comune alla maggioranza dei cacciatori (almeno così si giustificano spesso), come dicevo sopra, è il piacere di stare in mezzo alla natura, gustare le passeggiate in campagna all’alba, aspettare al varco gli animali. Quale potrebbe essere un’alternativa a questo piacere?
Ad esempio il birdwatching (l’osservazione degli uccelli con il binocolo), oppure, se proprio non possono fare a meno di vedere gli animali attraverso il mirino, la caccia fotografica (o la cineripresa). Una macchina fotografica con un grande teleobiettivo e gli stessi comportamenti che nella caccia: appostarsi, aspettare, passeggiare, godersi la natura. Inoltre, premendo il pulsante di scatto, praticamente farebbero la stessa azione che sparare: in inglese, infatti, “sparo” e “foto” si traduce con la stessa parola: “shot”. Quali sarebbero i vantaggi? Minore costo (una volta in possesso dell’attrezzatura i costi sarebbero quasi nulli), poter avere dei “trofei” da mostrare al pubblico e averne anche diversi dello stesso esemplare di animale, in diversi atteggiamenti; avere a disposizione qualunque tipo di animale e non solo quelli cacciabili (e quindi una vasta scelta), e poter effettuare queste passeggiate in mezzo alla natura tutto l’anno.
Posso anche credere che alcuni non conoscono questa alternativa e non l’hanno presa in considerazione, ma non penso che la maggioranza non ne sia a conoscenza e qui ritorniamo a quanto ho affermato più sopra: il vero piacere è provocare morte. Non so, probabilmente per un senso di onnipotenza: essere padrone della vita di un essere senziente, ma solo nel senso negativo (=ammazzare). Infatti, scegliendo la caccia fotografica, manterrebbero lo stesso questo senso di onnipotenza, notare infatti che un sinonimo metaforico di fotografare è “immortalare”, rendere immortale, ma si vede che questo non è sufficiente per loro. Ma il fatto di morire non è la peggior cosa che possa capitare agli animali (uno sparo, tutto finito…), nel peggiore dei casi, gli animali possono venire feriti e quindi soffrire diverso tempo prima che la morte li “liberi”. E qui richiamiamo il “sadismo”. Infatti non è che per ignoranza non sappiano che un animale soffre, ne sono perfettatmente coscienti: non appena il loro fido amico ha un piccolo disturbo non esitano a spendere soldi per farlo curare dal veterinario. Semplicemnte pensano che la sofferenza del loro cane sia diversa da quella degli altri animali.
Uno “svantaggio” della caccia fotografica (o delle riprese) potrebbe essere che le foto non si mangiano, anche se spesso molti cacciatori non mangiano neanche la loro selvaggina. Ma un piccolo sacrificio è sempre necessario per una causa giusta. In fondo non si chiede di diventare vegetariani, ma di cambiare il tipo di carne (senza contare che qualche tipo di selvaggina già viene allevata… e poi sparata).
Ma spesso, quando fa loro comodo, riescono anche a far funzionare la logica: “Che differenza c’è nel mangiare selvaggina invece di carne allevata? Solo chi è vegetariano potrebbe criticarci, visto che per gli altri si tratta solo di ipocrisia”.
Effettivamente al livello di principio tra il mangiare cacciagione o carne allevata non c’è nessuna differenza, anzi, a livello teorico sarebbe preferibile mangiare la cacciagione: l’animale vive libero e inconsciamente felice fino a che, improvvisamente cessa di esistere a causa dell’intervento dell’uomo. Al contrario dell’animale di allevamento che, spesso vive anni costretto in una piccola gabbia in cui non può neanche muoversi. Ma la teoria non è conforme alla realtà: non sempre la morte è istantanea, spesso l’animale rimane ferito e se non viene raccolto continua a soffrire a lungo, spesso viene braccato e prima di essere ucciso è costretto a subire il terrore del predatore che si avvicina sempre più. Avete mai provato veramente paura? Ma non la solita paura che si prova, ad esempio, davanti ad un intervento chirurgico o a farsi togliere un dente. Infatti, noi siamo coscienti di cosa causa la nostra paura. Negli animali la paura è molto diversa, ogni volta il loro istinto di autoconservazione crea in loro un panico che dà loro le istruzioni per combattere ogni volta per la sopravvivenza.
Poi c’è il discorso ecologico: se non si tratta di animali “lanciati” (di conseguenza d’allevamento) spesso parliamo di animali selvatici che potrebbero rischiare l’estinzione presi da due fuochi: quello, letterale, dei cacciatori e quello metaforico dell’inquinamento ambientale. Spesso si innesta una circolo vizioso: uccidendo degli uccelli insettivori (che si nutrono di milioni di insetti all’anno), il conseguente aumento di insetti nocivi fa aumentare l’uso dei pesticidi che a sua volta inquina l’ambiente in cui vivono gli uccelli, e così via. A ciò vanno aggiunti gli animali protetti che vengono uccisi per sbaglio (in genere quando succede questo sono sempre gli “altri” cacciatori che sbagliano…).
Una precisazione, infine: paragonare a livello ecologico la caccia alla pesca (con la canna, naturalmente), non ha senso, in quanto ogni pesce può rilasciare migliaia di uova, a differenza degli uccelli o dei mammiferi che hanno cucciolate molto ridotte.
Un’altra cavolata che tirano in ballo i cacciatori è quella che l’uomo è in cima alla piramide ecologica e quindi non è che un anello della catena naturale.
Allora, per prima cosa c’è da dire che l’animale uomo ormai è l’unico animale che potrebbe star tranquillamente fuori di questa piramide senza che quest’ultima si disfaccia. L’unica sua influenza è nella distruzione dell’ambiente. Se si estinguesse, l’ecosistema sopravvivrebbe lo stesso. Forse una volta ne faceva parte, ma ora sicuramente non più. Quando qualcuno racconta che con la caccia non facciamo altro che la selezione naturale dice una stupidaggine. I predatori naturali infatti “scelgono” le prede più deboli perché malate, o con qualche difetto (dico “scelgono” nel senso che sono le prede più deboli ad essere sopraffatte per quelle cause), e quindi queste prede hanno meno possibilità di trasmettere ai dicendenti i geni delle malattie di cui soffrono, oppure con l’eliminazione di un animale che si mimetizza meno bene di un altro, non si fa che trasmettere i geni dei meglio mimetizzati, e così via. Quando si ha di fronte un’arma da fuoco, hai voglia ad essere il più veloce della tua specie, corri sempre meno di un proiettile, quindi tra un animale più debole, ed uno più forte il fucile non fa differenza.
In conclusione, mentre un tempo la caccia faceva parte del corso della vita e a volte dava anche il necessario per sopravvivere, ora tale pseudosport non ha più senso di esistere. Anche il modo di pensare è cambiato e si è evoluto anche in tutto il mondo civilizzato, il razzismo non esiste quasi più, le donne hanno gli stessi diritti. Forse non è venuto ancora il momento in cui tutti diventino vegetariani (anche se un po’ alla volta ci stiamo accorgendo che l’attuale sistema di allevamento non potrà produrre cibo per tutta l’umanità), ma non c’è dubbio che c’è sempre più gente, con un minimo di cervello che si rende conto che è arrivato il momento di guardare con occhi diversi allo sfruttamento degli animali, che comincia a pensare che anche gli altri animali hanno dei diritti. Come dicevo, magari non sono pronti a diventare vegetariani, ma questa gente pensa che il divertirsi con la sofferenza di esseri senzienti non sia una cosa giusta: caccia, circhi, zoo, vivisezione, ecc.
Non pretendo che una categoria come i cacciatori arrivi a questi concetti facilmente, forse tra qualche decennio, cominceranno a pensarci. Per ora questa categoria se vede che qualcuno vola un po’ più in alto con gli ideali, l’unica cosa che sa fare è tirargli un paio di colpi di doppietta…
Ecco due prime pagine del quotidiano (lo chiamo così solo perché viene pubblicato ogni giorno) La Padania. Cosa c’è di strano in queste due prime pagine? Per prima cosa bisogna leggere le date di pubblicazione: 14 gennaio la prima pagina a sx, 15 gennaio quella a dx.
In_genere quando si prendono in mano dei giornali a distanza di diversi anni, per capire di che periodo sono, è sufficiente leggere i titoli principali. Nel nostro caso, stiamo parlando di qualche giorno fa, potremmo fare l’operazione inversa: cosa è successo di molto importante? E poi andare a cercare la notizia sulla prima pagina del quotidiano. Non mi sembra ci voglia molto, no? Tutti i giornali italiani e del mondo fanno titoli e aprono le loro edizioni con quello che è successo a Haiti. Ecco, andiamo a cercare, sulla prima pagina della Padania, quella del giorno dopo il terremoto, la notizia della catastrofe che verosimilmente conterà più di centomila morti. Per agevolare la ricerca vi consiglio una lente e poi andate a leggere la riga più in basso nella prima pagina. Trovata? Una riga, quasi illeggibile, per dare notizia di una delle catastrofi più gravi degli ultimi anni. Sarà perché la notizia è arrivata poco prima della stampa del giornale? No! C’è stata tutta la giornata di tempo. Non si sono subito resi conto della gravità? Neanche! Guardate la prima pagina di due giorni dopo. Provate a cercare il titolo della notizia. La lente stavolta è inutile: la notizia non c’è (almeno in prima pagina).
Ora cerchiamo di analizzare gli eventuali motivi di questa scelta.
Sicuramente c’erano tutte notizie più importanti. Visto il grande attaccamento e la devozione della Lega al cristianesimo, era sicuramente necessario mettere in risalto che quegli atei del Parlamento Europeo avevano impedito di far affiggere per legge il crocifisso nelle aule scolastiche, per il quale Borghezio si lamenta. Magari avrebbe potuto esserci posto nella stessa riga in basso? Eh no! Non si possono eliminare le nostre radici religiose e per questo non poteva certo mancare l’importante notizia sul concorso per i presepi.
In fondo chi sono mai questi haitiani, saranno pure cattolici (per l’80% della popolazione), ma spesso contaminano il cattolicesimo con riti voodoo (sarebbe molto più comprensibile contaminarli con riti celtici!), e poi hanno anche un altro difetto: sono per la maggior parte negri. Magari se fossero stati anche meno, ma uccisi dai cattivi musulmani (che ormai minacciano la nostra patria), come i cristiani copti massacrati in Egitto, un titoletto se lo sarebbero meritato anche con foto di croci in fiamme.
Questi, invece, saranno stati anche un po’ di più, ma in quello che è successo non c’entrano i musulmani, e poi, oltretutto, sono anche stranieri. Ce li hanno tutti i difetti. Ma non preoccupiamoci, non appena tenteranno di sbarcare sulle nostre coste riceveranno tutta la loro attenzione.
Per ora i leghisti sono occupati a difendere le nostre radici cristiane…
Un minareto è una torre che sta a fianco ad una moschea, da cui il muezzin ricorda ai musulmani il momento della preghiera, cinque volte al giorno. Una specie di campanile, in cui c’è una campana vivente. Il minareto non è sempre presente in tutte le moschee. Molte moschee, anche grandi, possono essere privi di minareti.
Il referendum avvenuto in Svizzera proibisce la costruzione di nuovi minareti, ma non l’abbattimento di quelli esistenti (4), e non proibisce la costruzione di moschee.
Tale referendum è nato dalla costruzione, da parte di una comunità turca (e quindi senza dubbio moderata), di un minareto di 6 metri (sei), in un paesino di 5000 abitanti. Alcuni di questi abitanti volevano impedirlo, ma nonostante vari ricorsi, non ci sono riusciti e così hanno organizzato tale referendum.
È chiaro che il referendum è stato sentito dagli svizzeri come un arginamento della religione musulmana e niente fa dubitare che se avessero potuto avrebbero votato a favore anche di un referendum che vieta la costruzione di moschee.
Si capisce che non si tratta di una limitazione tout court della libertà di religione: i musulmani possono continuare a pregare nelle moschee, che potranno continaure ad essere costruite; ma sicuramente si tratta di una discriminazione religiosa a danno solo di una religione. È chiaro che lo stesso referendum, se avesse previsto anche il divieto di costruire campanili, non sarebbe mai passato.
Che tale referendum sottintenda una volontà discriminatoria contro una religione e non una paura di vedere edificata un minareto a fianco ad una cattedrale, è chiaro. Anche in Svizzera esistono regolamenti edilizi e sicuramente non li lascerebbero costruire in un centro storico o in un punto in cui possano stonare sulle architetture. Se fosse per motivi di quiete pubblica, bisognerebbe in ogni caso vietare anche l’uso delle campane, e di conseguenza la costruzione di campanili. Ma così non è.
Che tale discriminazione sia di tipo religioso e non solo “xenofobo” è chiaro, in quanto anche in Svizzera ormai esistono cittadini nativi di religione musulmana e quindi tali minareti non sarebbero solo per stranieri immigrati.
Ed ora andiamo a vedere quanto sia simile l’esito di tale referendum alla sentenza della CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) sul crocifisso, come sostengono alcuni rappresentanti della Chiesa.
La città è uno spazio pubblico e tutti per legge abbiamo diritto di costruire secondo i regolamenti, e, secondo costituzione (anche la Svizzera ha sottoscritto la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo), c’è libertà di culto. Il minareto sarebbe costruito non da un’istituzione che avrebbe il dovere di imparzialità, di laicità, ma da una comunità che è libera di professare la sua religione. In pratica la similitudine potrebbe esserci se in Italia si fosse vietato la costruzione dei campanili, ma è evidente che non è così, no? In Italia stiamo parlando di un simbolo di una religione (il crocifisso) messo in un luogo pubblico da un’istituzione che dovrebbe essere neutrale, laica. Addirittura lo Stato stesso, che non dovrebbe avere preferenze per alcuna religione.
Quindi per avere una situazione analoga a quella deprecata dalla CEDU, bisognerebbe avere un comune, un Cantone o lo Stato, che, paradossalmente, volesse mettere dei minareti in tutte le scuole, oppure dei simboli musulmani nelle aule scolastiche.
Non è abbastanza chiara la differenza?
Non si tratta di battaglie a senso unico, come alcuni giornalisti cattolici affermano, ovvero che quando si tratta di andare contro i cattolici si va, ma quando si tratta di andare contro altre religioni invece se ne prende le difese. Qui si tratta di libertà di religione, o, meglio, di non discriminazione. Se impedissero, senza una ragione, ad una comunità cristiana (con i soldi suoi) di costruire i campanili o le chiese, ci vedrebbero lo stesso in prima fila a difendere i loro diritti. Per inciso qui in Italia i cattolici possono parlare di tutto meno che di discriminazione, visto il potere mediatico che hanno e i finanziamenti che ricevono dallo Stato.
Per chiudere in bellezza, c’è da far notare che in Italia, dopo il referendum svizzero, alcuni “politici” leghisti hanno plaudito al risultato ed hanno proposto di imitarli, ma siccome vietare solo i minareti non sarebbe sufficiente per loro, propongono addirittura un referendum per vietare anche per le moschee. In nome della vera democrazia, come sostiene il ministro dell’interno. Devono andare a pregare nei deserti, come dice il grande “politico” Gentilini.
Dopo il referendum che ha deciso di non pemettere la costruzione di ulteriori minareti in Svizzera, la Chiesa in uno slancio di solidarietà ha condannato il no, deciso dagli svizzeri, comparandolo alla sentenza della Corte Europea sul crocifisso nelle nostre scuole, come se le due cose siano le facce della stessa intolleranza religiosa. Analizziamo un po’ più a fondo cosa è successo.
Cominciamo con il chiarire alcuni concetti riguardo alla laicità di uno Stato.
Uno Stato se non è confessionale (come poteva essere ad esempio lo Stato Pontificio, oppure com’è l’Arabia, o anche l’Iran), non deve decidere qual è la vera religione, checché siano le sue origini o tradizioni, ad esempio se in passato sia stato confessionale. Tra i fondamenti della Dichiarazione Universale dell’Uomo c’è la libertà di religione: Art. 2 "Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione,(…)". Questo articolo non è solo valido in attivo: “non deve essere perseguitato chi professa una religione”, anche in passivo: “io, Stato, non posso fare preferenze per una o l’altra religione” (tra l’altro questo concetto è espresso nella nostra Costituzione ed è stato ribadito da diverse sentenze della Corte Costituzionale). Quindi mi pare chiaro che non è compito dello Stato scegliere la religione migliore, ma quello di tutelare le coscienze dei suoi cittadini quando scelgono di professare una religione.
Concetti che sono stati faticosamente raggiunti dalla Rivoluzione Francese in poi (in Italia dall’Unità e poi, dopo l’intervallo del Fascismo, dal ‘48 in poi). La Convenzione Europea dei Diritti dell’ Uuomo (d’ora in poi citata come CEDU), che in pratica richiama i concetti della dichiarazione universale, è stata sottoscritta anche dall’Italia ed infatti nella Corte Europea c’è anche il nostro rappresentate. Questa Corte è l’organo di controllo sulla osservanza di questa Convenzione.
Tutti si scaldano e parlano spesso a vanvera con prese di posizione a volte da far venire i capelli dritti, a cominciare dal ministro della difesa (vedi video alla fine del post).
Per questo forse è meglio fare un po’ di chiarezza. Perché c’è stata questa sentenza?
In principio ci fu un ricorso di una famiglia di Abano Terme che contestava la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche frequentate dai propri figli. Dopo aver ottenuto il rifiuto di rimuoverli da parte dei dirigenti scolastici ci furono vari ricorsi, al TAR, al Consiglio di Stato, che si conclusero alla Corte Costituzionale, che nel 2004 si pronunciò dicendo che siccome il crocifisso non era previsto per legge, ma solo da regolamenti, la Corte Suprema non poteva pronunciarsi.
Così la famiglia si rivolse alla CEDU.
Si appellò all’art.2 (Protocollo 1) della Convenzione: "Il diritto all’istruzione non può essere rifiutato a nessuno. Lo Stato, nell’esercizio delle funzioni che assume nel campo dell’educazione e dell’insegnamento, deve rispettare il diritto dei genitori di assicurare tale educazione e tale insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche".
In pratica, voglio che i miei figli vadano a scuola e questo non mi può essere rifiutato. Inoltre ho diritto che siano istruiti secondo le mie convinzioni religiose (o filosofiche).
Si appellò anche all’art.9 della Convenzione stessa: "1. Ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, così come la libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti.
2.La libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e costituiscono misure necessarie, in una società democratica, per la pubblica sicurezza, la protezione dell’ordine, della salute o della morale pubblica, o per la protezione dei diritti e della libertà altrui".
In altre parole, voglio essere libero, e con me i miei figli, di professare la religione (o la non religione) che io desidero. Il fatto che lo Stato scelga di esporre il simbolo di una religione in una scuola, significa che lo Stato ha preferenze per una professione religiosa e quindi limita la libertà di chi voglia istruire i propri figli secondo una concezione religiosa o filosofica diversa dalla cattolica. E il fatto che il crocifisso abbia altre chiavi di lettura, non significa che abbia perso i suoi connotati religiosi che restano sempre fortissime. Quindi si può immaginare che un bambino che veda il crocifisso su un luogo pubblico, sia portato a pensare che lo Stato ha una propensione per una religione anziché per un’altra, cosa che, in una mente influenzabile come quella di un bambino, si può capire cosa comporti e come possa limitare la libertà di un genitore di educare un figlio secondo le proprie convinzioni filosofiche o religiose (diverse dalla cattolica).
In pratica il fatto che lo Stato esponga un simbolo anziché un altro è paragonabile ad una madre di famiglia che ha diversi figli ma tiene solo la foto di un figlio sul mobile. Evidentemente ha un atteggiamento di preferenza verso questo, che sia anche il più meritevole, e nonostante, per assurdo, abbia giurato di volere bene a tutti allo stesso modo (gli altrii figli, vedendo una cosa del genere come potrebbero sentirsi?). Ma si sa, l’essere umano ha i suoi difetti e potrebbe essere comprenisbile che una madre abbia preferenze per il figlio migliore, ma uno Stato non può avere questo difetto, specialmente quando lo dichiara nella sua legge fondamentale, la madre di tutte le leggi: la Costituzione. Parafrasando l’articolo costituzionale: Tutti i miei figli sono uguali, indipendentemente da come la pensino.
Oltre a ciò, c’è anche il fatto che non ci sono disposizioni che permettano all’insegnante di esporre simboli anche di altre religioni, e, in ogni caso, come fare per bambini atei o agnostici? Se vi suona male questa definizione per dei bambini leggete qui.
Insomma la CEDU giudicando che le suddette opinioni fossero fondate, ha accettato il ricorso dando ragione alla famiglia di Abano Terme.
In particolare la CEDU nel riportare tutti i passaggi giuridici dei fatti ha ricordato, tra le diverse pronunzie, che “La Corte costituzionale italiana nella sua sentenza n. 508 del 20 novembre 2000 ha riassunto la sua giurisprudenza affermando che principi fondamentali di uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di religione (articolo 3 della Costituzione) e di eguale libertà di tutte le religioni dinanzi alla legge (articolo_8) stabilisce che l’atteggiamento dello Stato deve essere segnato da equidistanza e imparzialità, indipendentemente dal numero di membri di una religione o di un’altra”, che tale “posizione di equidistanza e di imparzialità è il riflesso del principio di laicità che per la Corte costituzionale ha natura «di principio supremo» e che caratterizza lo Stato in senso pluralista”.
Quindi nelle sue decisioni, richiamandosi all’art.2 del Protocollo (vedi sopra) e all’art.9 della Convenzione stessa (vedi sopra) afferma che “Il rispetto delle convinzioni dei genitori deve essere reso possibile nel quadro di un’istruzione capace di garantire un ambiente scolastico aperto e favorendo l’inclusione piuttosto che l’esclusione, indipendentemente dall’origine sociale degli allievi, delle loro credenze religiose o dalla loro origine etnica. (…) Il rispetto delle convinzioni religiose dei genitori e dei bambini implicano il diritto di credere in una religione o di non credere in alcuna religione. Il dovere di neutralità e di imparzialità dello Stato è incompatibile con un potere qualunque di valutazione da parte di quest’ultimo sulla legittimità delle convinzioni religiose o delle modalità di espressione di queste. (…) queste considerazioni conducono all’obbligo per lo Stato di astenersi dall’imporre, anche indirettamente, credenze nei luoghi dove le persone sono dipendenti dallo Stato o anche nei posti in cui le persone possono essere particolarmente influenzabili.”
E alle obiezioni del Governo, quando afferma che il crocifisso è un simbolo che va oltre la religione, la CEDU risponde che “il simbolo del crocifisso ha una pluralità di significati, fra i quali il significato religioso è tuttavia predominante”, che “la presenza del crocifisso nelle aule va al di là del semplice impiego di simboli in contesti storici specifici” e difatti anche la Chiesa Cattolica “attribuisce al crocifisso un messaggio fondamentale”. Pertanto “la presenza del crocifisso può facilmente essere considerata da allievi di qualsiasi età un segno religioso e questi si sentiranno quindi istruiti in un ambiente scolastico influenzato da una religione specifica. Ciò che può essere gradito da alcuni allievi religiosi, può essere sconvolgente emotivamente per allievi di altre religioni o per coloro che professano nessuna religione. Questo rischio è particolarmente presente negli allievi che appartengono a minoranze religiose. (…) L’esposizione di uno o più simboli religiosi non possono giustificarsi né con la richiesta di altri genitori che desiderano un’istruzione religiosa conforme alle loro convinzioni, né – come il governo sostiene – con la necessità di un compromesso necessario con le componenti di ispirazione cristiana“ quindi non si vede “come l’esposizione nelle aule di scuole pubbliche di un simbolo che è ragionevole associare al cattolicesimo (la religione maggioritaria in Italia) potrebbe servire al pluralismo educativo che è essenziale alla preservazione d’ una società democratica come la concepisce la Convenzione, e alla preservazione del pluralismo che è stato riconosciuto dalla Corte costituzionale nel diritto nazionale". La CEDU addirittura amplia il suo giudizio fino a ritenre che "l’esposizione obbligatoria di un simbolo confessionale nell’esercizio del settore pubblico relativamente a situazioni specifiche che dipendono dal controllo governativo, in particolare nelle aule, viola il diritto dei genitori di istruire i loro bambini secondo le loro convinzioni e il diritto dei bambini scolarizzati di credere o non di credere”.
In pratica non dovrebbe esser esposto neanche in tutti gli altri uffici pubblici.
Come si può capire da quanto sopra scritto non si tratta di una limitazione religiosa, ma di un allargamento di tale libertà anche ai non credenti o ai non cattolici. Si compari la legge sul fumo che “limitando” la libertà di fumare (nei locali frequentabili da tutti), in pratica, dà una libertà completa di non fumare a tutti i non fumatori. Senza, per questo, che si possa gridare ad una repressione di un diritto. Lo stesso per quanto riguarda il crocifisso: non viene repressa una libertà dei cattolici (si noti bene che si parla di cattolici e non di altre religioni cristiane, le quali concordano su questa decisione. Si veda al riguardo il commento alla sentenza della Corte Costituzionale del 2004 che pronunziava la propria incompetenza a decidere sul crocifisso, ma che dai media italiani veniva intepretata come una decisione a favore del crocifisso nelle scuole), ma viene allargata una libertà ai non cattolici o non credenti.
Naturalmente alla Chiesa cattolica non è andata giù questa decisione, probabilmente non vuole perdere questo privilegio in attesa di pretendere che un giorno venga esposto anche nelle scuole private ebraiche, o in quelle musulmane. In fondo si tratta di una tradizione nazionale facente parte delle nostre radici e le scuole ebraiche sono sul suolo nazionale…
Da notare che il governo si ricorda delle sentenze della CEDU quando più gli fa comodo: quando si condanna l’Italia per i processi troppo lunghi. Niente di male se fossero così sensibili da subito, lascia da pensare che se ne siano accorti solo dopo che il Presidente del Consiglio è diventato di nuovo processabile, mentre invece quando parla di libertà per tutti i cittadini ecco come le risponde
Da quando ho scritto il post sulla truffa del SuperEnalotto è uscito un nuovo gioco a premi che sta godendo di enorme popolarità. È un po’ più complicato del SuperEnalotto e si vincono meno euro ma le probabilità sono sicuramente molto più alte del primo (non è che ci vuole molto sforzo, visto che il nostro SuperEnalotto dovrebbe essere il gioco più svantaggioso del mondo o uno tra i più svantaggiosi).
Il funzionamento di WinforLife, questo è il suo nome, è il seguente: si giocano 10 numeri su 20 e si vince indovinandone 7-8-9 o 10. C’è un ulteriore numero (= numerone), tra venti, scelto automaticamente a caso e se anche quest’ultimo viene estratto (con un ulteriore estrazione), e quindi si indovinano 10 + il numerone, si vince una rendita di 4000 € mensili per venti anni. Una giocata costa un euro. Se si giocano due euro è possibile avere il doppio delle possibilità, infatti si vince anche con i numeri complementari, nel senso che si vince anche indovinando 0-1-2 o 3 numeri, e se si fa 0 e si indovina il numerone, è come se si fosse indovinato 10 numeri, e si vince la rendita ventennale. Ogni giorno ci sono 13 estrazioni orarie, dalle 8 alle 20.
Il montepremi è il 65 % dell’incasso totale, il restante va allo Stato che ne destina una parte alla ricostruzione dell’Abruzzo. Del Montepremi il 42% viene destinato al 10 (o 0) + il Numerone. Per le vincite non c’è una somma fissa, a seconda del montepremi di ogni estrazione si decide la vincita che in ogni caso si avvicina molto ai 10000 € per il 10, circa 100 € per il 9, circa 10 € per l’8 e 2 € per il 7. Da notare bene che se in uno stesso concorso ci sono più di un vincitore di 10+Numerone, il montepremi si divide per quanti hanno fatto lo stesso punteggio.
Già a prima vista si può notare che sicuramente è più vantaggioso del SuperEnalotto, ed inoltre ci sono anche vincite minori. La popolarità inoltre è anche dovuta al fatto che non si vincono cifre stratosferiche, la cui gestione a molti creerebbe più problemi che vantaggi, ma una rendita che molti vedono come una sicurezza per il futuro.
Ed ora veniamo alle note “dolenti”. Naturalmente non è da paragonare affatto al SuperEnalotto in quanto non c’è confronto ma oggettivamente c’è da dire che non è facilissimo vincere la rendita ventennale.
Se si giocasse 40 volte ogni settimana per 9 anni di seguito ci sarebbe 1 probabilità su 100 di azzeccare il 10 + il Numerone, stessa probabilità di fare 8 con una giocata.
Come si vede non è la cosa più semplice di questo mondo, d’altra parte niente viene regalato.
Il consiglio in questo caso, potrebbe essere lo stesso che per il SuperEnalotto (= preferibilmente non giocare), ma con meno rigidità. Se si capita nella ricevitoria una giocata di tanto in tanto non rovina nessuno, ma attenzione, il pericolo più grosso in questo gioco è la dipendenza: tredici estrazioni al giorno possono spingere a giocare quotidianamente diverse volte ed è esperienza ormai accertata che giocare troppo frequentemente può portare ad una dipendenza tale e quale alla droga.
Come preannunciato ecco alcune informazioni sull’ora di religione.
Quest’ora costa ai cittadini contribuenti italiani circa un miliardo di euro. E ciò per avere un’ora d’insegnamento di una materia facoltativa, e per di più su una religione, o, quando va bene, su più religioni, ma insegnata da un insegnante cattolico.
Il bello è che nonostante gli insegnanti siano pagati dallo Stato, sono nominati dalla Curia Vescovile di appartenenza della scuola. Naturalmente tale nomina è discrezionale, e senza alcun tipo di concorso e può sempre essere revocata, ad esempio se l’insegnante dovesse divorziare e risposarsi, e quindi nonostante tale insegnante si avvalesse di una legge vigente nello Stato italiano. Ma, visto che per legge li devono scegliere i vescovi, se li scelgono come più aggrada loro.
Tali insegnanti, nonostante insegnino una materia facoltativa, non sono precari ma di ruolo. Sì, molto più fortunati delle migliaia di insegnanti precari che ogni mattina non sanno se potranno lavorare o no. Ma il bello di questo essere di ruolo, è che se vengono licenziati (dal vescovo) lo Stato se li deve accollare per tutta la vita. E non finisce qui, perché tali insegnanti, a parità di ore, guadagnano più degli insegnanti “normali” di ruolo.
Come potrebbe essere una situazione normale e ideale in uno Stato laico?
1a ipotesi: un’ora facoltativa, all’inizio o alla fine della mattinata, così che chi non dovesse scegliere questo insegnamento facoltativo, possa andarsene a casa prima o venire a scuola più tardi. Tale ipotesi è sempre stata osteggiata dai vescovi, che si rendono conto che così ci sarebbero molti studenti in meno che farebbero questa scelta. In questa ipotesi però non si dovrebbero far ottenere crediti, visto che i membri di altre religioni non potrebbero scegliere la propria.
2a ipotesi: Un’ora facoltativa che, nel caso di non scelta, venga sostituita da un insegnamento alternativo. Quello che dovrebbe succedere teoricamente ora, ma che non avviene molto spesso, lasciando gli studenti, che non hanno fatto la scelta, a studiare in altre classi. Cosa che tra l’altro è un po’ discutibile, visto che sono le ore alternative dovrebbero trasferirsi in altre classi. Ma questa ipotesi in ogni caso lascerebbe discriminate le altre religioni, specialmente, se da questa ora si possono ricevere crediti (vedi post precedente e sentenza TAR).
3a ipotesi: Un’ora facoltativa della (propria) religione o di quella che si sceglie, con la possibilità per chi non crede, di avere come insegnamento un’ora di Etica. Naturalmente gli insegnanti non possono essere solo cattolici e tanto meno nominati dalla Curia. Questa ipotesi, forse la più ragionevole, in Italia non è stata nemmeno presa in considerazione (pressioni della Chiesa? A pensar male a volte ci si azzecca…)
4a ipotesi: l’abolizione dell’ora di religione con la sostituzione della materia di educazione civica. In fondo la religione ognuno se la studia presso il proprio “tempio” con il catechismo (o ancora meglio sarebbe che ognuno la religione se la scegliesse autonomamente da adulto). Questa 4a ipotesi è troppo forte per i nostri politici (quasi tutti) e l’appoggiano solo alcuni… cattolici convinti, tipo Messori, oppure il Card. Martini, il quale, in mancanza di uno studio più approfondito preferirebbe questa soluzione.
Per quanto mi riguarda io appoggerei le ultime due soluzioni, con preferenza per l’ultima.
Per la cronaca, il nostro laicissimo Stato ha presentato un decreto legge, tanto per cambiare, con il quale mette nero su bianco il valore dell’ora di religione per acquisire i crediti. Con buona pace dei diversamente credenti o dei non credenti affatto.
Ieri una sentenza del TAR Lazio è tornata a galla (la sentenza datava 18.07.2009) facendo molto scalpore tra i vari media e, conseguentemente in tutti gli ambienti.
La sentenza ha annullato le Ordinanze ministeriali emanate dall’allora Ministro P.I. Fioroni per gli esami di Stato del 2007 e 2008 che prevedevano la valutazione della frequenza dell’insegnamento della religione cattolica ai fini della determinazione del credito scolastico, e la partecipazione “a pieno titolo” agli scrutini da parte degli insegnanti di religione.
Cosa sta a significare?
Il Ministro (dell’allora governo Prodi) aveva emesso queste ordinanze per far sì che i crediti acquisiti durante l’ora di religione valessero per gli esami finali e che gli insegnanti di religione potessero partecipare agli scrutini. Quindi ora, praticamente, gli insegnanti di religione non possono partecipare agli scrutini e l’aver partecipato all’ora di religione non farà guadagnare crediti (uno, mi sembra sia) agli studenti.
Mons. Diego Coletti, presidente della Commissione episcopale per l’educazione cattolica, ha dichiaratoche si tratta di una decisione che danneggia la laicità ed è sintomo del "più bieco illuminismo che vuole la cancellazione di tutte le identità". Ha inoltre definito la sentenza particolarmente pretestuosa e ha riaffermato che l’insegnamento della religione cattolica è parte integrante della conoscenza della cultura italiana, e in questo senso va inteso nel sistema scolastico italiano, non come percorso confessionale individuale. “Non si tratta di un insegnamento che va a sostenere scelte religiose individuali: ma di una componente importante di conoscenza della cultura di questo Paese, con buona pace degli irriducibili laicisti e purtroppo dobbiamo dire con buona pace anche dei nostri fratelli nella fede di altre confessioni cristiane". "Non conosco i giudici del Tar del Lazio,anche se questo tribunale amministrativo ha una sua lunga storia che molti conoscono. Caso mai ci sarà da chiedersi come mai la competenza su una questione così delicata venga data a un tribunale amministrativo regionale".
Chissà chi doveva avere questa competenza, forse la Sacra Rota? E dire che la giurisprudenza non è che accetti qualunque sentenza di qualunque giudice: basti ricordare la sentenza famosa del crocifisso all’Aquila (che lo faceva togliere dalla classe) che fu annullata in quanto il giudice ordinario non poteva decidere su una questione del genere.
Ora, dopo aver letto le opinioni della parte interessata, guardiamo da vicino le motivazioni della sentenza che viene ritenuta pretestuosa dal monsignore.
Il TAR afferma che “l’attribuzione di un credito formativo ad una scelta di carattere religioso degli studenti e dei loro genitori, quale quella di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, dà luogo ad una precisa forma di discriminazione, dato che lo Stato Italiano non assicura identicamente la possibilità per tutti i cittadini di conseguire un credito formativo nelle proprie confessioni ovvero per chi dichiara di non professare alcuna religione in Etica Morale Pubblica”.
In pratica, gli studenti ebrei, quelli musulmani o quelli di qualunque altra religione (ed anche quelli atei, eh sì, possono esisterne anche tra gli studenti…), non potrebbero acquisire quel credito, in quanto non potrebbero essere liberi di frequentare l’ora della propria religione, visto che attualmente quella insegnata, generalmente, è la religione cattolica (non parliamo poi dell’ora di Etica Morale Pubblica eventualmente riservata agli atei).
Il TAR aggiunge anche che “sul piano giuridico, un insegnamento di carattere etico e religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può assolutamente essere oggetto di una valutazione sul piano del profitto scolastico”.
Ovvero, un insegnamento religioso, che attiene alla sfera privata individuale, non può essere oggetto di valutazione finale dello studente.
Ancora, “In una società democratica certamente può essere considerata una violazione del principio del pluralismo il collegamento dell’insegnamento della religione con consistenti vantaggi sul piano del profitto scolastico e quindi con un’implicita promessa di vantaggi didattici, professionali ed in definitiva materiali”.
Ovvero, come da spirito della legge, la scelta dell’ora di religione deve essere assolutamente libera e non dettata da eventuali previsioni di profitti.
Precisa inoltre che “lo Stato, dopo aver sancito il postulato costituzionale dell’assoluta, inviolabile libertà di coscienza nelle questioni religiose, di professione e di pratica di qualsiasi culto “noto”, non può conferire ad una determinata confessione una posizione “dominante” – e quindi una indiscriminata tutela ed un’evidentissima netta poziorità [= preferenza – ndA] – violando il pluralismo ideologico e religioso che caratterizza indefettibilmente ogni ordinamento democratico moderno”.
Ovvero, la Costituzione già lo sancisce esplicitamente. Lo Stato non fa preferenze per alcuna religione. Cosa che avverrebbe mettendo la religione (cattolica) nella posizione di poter fare la differenza tra uno studente cattolico (o che frequenta l’ora di religione) ed uno ateo (o di altra religione) che non può frequentare l’ora che più gli aggrada. Infatti nel caso avessero lo stesso numero di crediti di ore “normali”, il credito di religione farebbe sopravanzare il cattolico.
Infine “qualsiasi religione- per sua natura – non è né un’attività culturale, né artistica, né ludica, né un’attività sportiva né un’attività lavorativa, ma attiene all’essere più profondo della spiritualità dell’uomo ed a tale stregua va considerata a tutti gli effetti”.
Un colpo al sentire religioso dei cittadini? Così lo sentono le gerarchie vaticane e molti parlamentari proni a queste: non meritano neanche di essere citati, sono sempre i soliti. Ma forse è un colpo all’egemonia della relgione cattolica che in uno stato laico dovrebbe essere pari alle altre ma di fatto non lo è, come si evince da questa sentenza e da moltissime altre situazioni. Ed infatti, pensate che il ricorso lo abbiano fatto una massa di atei laicisti?
Sì, certamente anche diverse associazioni laiche, ma tra i ricorrenti c’erano anche la Chiesa Evangelica Luterana in Italia, l’Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia, l’UCEI – Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, la Federazione delle Chiese Pentecostali, l’Unione Italiana delle Chiese Cristiane Avventiste del 7° Giorno, l’Alleanza Evangelica Italiana, la Tavola Valdese, il Comitato Insegnanti Evangelici Italiani (CIEI) e la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia.
Capisco che per i cattolici queste religioni non sono nel giusto in quanto non professano la religione vera, ma la nostra Costituzione non fa differenze tra le diverse religioni, neanche nel numero dei credenti, e quindi mi pare chiaro che tutte le proteste delle gerarchie vaticane nascano da una perdita di predominanza nella società. Basta rileggere la dichiarazione del monsignore, adesso, dopo aver letto le motivazioni del TAR: una decisione che danneggia la laicità ed è sintomo del "più bieco illuminismo che vuole la cancellazione di tutte le identità".
Ben vengano queste decisioni, anche per i cattolici, quando diventeranno una minoranza e le invocheranno in nome della libertà di religione.
Nel prossimo post parleremo dell’ora di religione e di come funziona.
In questi giorni c’è molto movimento, come di solito regolarmente accade quando il montepremi del SuperEnalotto raggiunge delle cifre inimmaginabili. Tutti fanno progetti sognando di vincere il montepremi attuale che si aggira sui 119 milioni di euro, e non pensano minimamente alle possibilità che esistono di mettere mano su tale montepremi.
Il nostro SuperEnalotto è il gioco più sbilanciato che esista al mondo. Nel senso che è quello che dà meno possibilità di vincere e conseguentemente paga meno di tutti in proporzione a tali possibilità.
Che significa?
Se qualcuno scommettesse con voi con una moneta a testa o croce e vi proponesse: “se viene croce ti do un euro, se viene testa tu me ne dai 10”, cosa gli rispondereste? Che è un parac… e che non giocate. Questo perché ci sono il 50% per ciascuno che esca o testa o croce e pertanto le possibilità sono 1 a 1, quindi affinché la scommessa sia “giusta” dovrebbe essere 1 euro contro 1 euro.
Nella roulette le possibilità che esca un numero sono 1 su 37 (c’è anche lo zero) e se si vince si guadagna 36 volte la posta (per essere del tutto giusta dovrebbero essere 37 volte, ma si può comprendere che ci sia un “rimborso spese” per chi organizza (tenete a mente che in Italia i casinò sono vietati – ad eccezione di 3-4, in quanto il gioco d’azzardo è vietato).
Il gioco del lotto è molto meno favorevole.
Ecco le probabilità:
Ambo -> 1 su 400,5 e paga 250 volte la puntata;
Terno -> 1 su 11.748 e paga 4250 la puntata;
Quaterna -> 1 su 511.038 e paga 80.000 la puntata;
Cinquina -> 1 su 43.949.268 e paga 1.000.000 la puntata.
Come si può notare, più le possibilità sono minime e molto meno, proporzionalmente, si guadagna. Di fronte a quasi 44 milioni di combinazioni viene pagato solo 1 milione di volte la posta (riprendete in considerazione l’esempio iniziale del testa o croce e comparatelo con 1 euro se vincete voi, mentre ne pagate 44 se vince l’altro).
Ed ora veniamo al SuperEnalotto. Quante possibilità ci sono di imbroccare la sestina?
Una su 622.614.630.
Quanto è grande questo numero? Se vi proponessero di vincere 119 milioni di euro non appena aveste finito di disegnare 622.614.630 puntini su uno (o più) quaderni, accettereste? Se avete letto il post sulle Stelle vi sarete fatti un’idea, se non l’avete fatto, ricapitoliamo i calcoli. Quanto tempo ci mettereste a disegnare questi puntini? 10 ore, 1 giorno, 10 giorni o più? Provate a calcolare poi continuate a leggere.
Ecco la soluzione:
Qualche giorno meno di 20 anni. Contando 24 ore su 24 senza dormire e senza mangiare (se dormite 6 ore e un paio di ore li usate per mangiare, ci vorrebbero poco più di 26 anni). Siete ancora decisi a dare in cambio 26 anni della vostra vita per 100 milioni di euro?
Se si trattasse di testa o croce, è come se il vostro avversario vi pagasse 1 euro e voi pagaste 600 milioni di euro (all’incirca). Siccome voi pagate solo un euro, è bene aggiungere una spiegazione: è come se giocaste con una moneta truccata in cui esce 622.614.629 volte croce e 1 volta testa. Naturalmente non si sa quando esce testa… Ma nel caso che trattiamo, il SuperEnalotto, è addirittura più sbilanciato in quanto se vincete, non vincete 622 milioni di euro, ma solo il montepremi di 119 milioni di euro, se va bene e se nessun altro lo azzecca.
Qualche ulteriore chiarimento: i sistemi non servono a vincere più facilmente ma solo ad agevolare la scrittura delle colonne. 100 euro di sistema corrispondono a 100 euro di colonne, solo che le 200 colonne (mi sembra costino 50 centesimi a colonna) vengono scritte in maniera abbreviata, mentre nella maniera tradizionale dovreste scrivere 200 volte la sestina.
Altro chiarimento che serve principalmente per il Lotto (in quanto si possono giocare anche numeri singoli). Ad ogni estrazione tutti i numeri hanno la stessa probabilità di uscire, indipendentemente da quante estrazioni non escano. Se il 53 non esce da 300 estrazioni, alla 301ma estrazione ha la stessa probabilità di uscire che gli altri 89 numeri. Molti giocatori erroneamente invocano la legge dei grandi numeri, ovvero che dopo una lunga serie di mancate uscite ci sono più probabilità che venga estratto. È una grande sciocchezza! La legge dei grandi numeri non dice questo.
La legge dei grandi numeri, applicata alle estrazioni del lotto, dice che se si esaminano i numeri estratti, scegliendo a caso tra un grande numero di estrazioni, avremo una media di uscita simile per tutti i numeri. Più sono le estrazioni che esamineremo più tale media sarà simile tra i numeri.
Alla luce di quanto sopra chiarito appare evidente che il comportamento dello Stato è un po’ schizofrenico. Non permette il gioco d’azzardo (a parte le eccezioni di pochi casinò) per dei giochi molto più “onesti” di quelli organizzati dallo Stato stesso. Se pensate che il gioco delle tre carte da il 33% di possibilità di vincere sembra assurdo che venga vietato a fronte di un gioco come il Lotto o il SuperEnalotto in cui lo Stato incassa cifre veramente ragguardevoli in cambio della distribuzione di pochi spiccioli. E non si pensi che si tratta solo della spesa di alcuni euro, in quanto esiste gente che per correre dietro a numeri “ritardatari”, al Lotto, si è rovinata. Mi sembra chiaro allora che il SuperEnalotto sia praticamente una truffa legalizzata, solo che poiché “ruba” pochi spiccioli a ciascuno di noi, non appare una vera e propria truffa.
Volete veramente vincere? Decidete quanto volete giocare.
10 euro? Bene.
Andate fino alla ricevitoria e invece di entrare, all’ultmo momento tornate indietro.
Avrete vinto 10 euro. E li vincerete ogni volta che lo farete.
Consigli per approfondire (necessaria un po’ di dimestichezza con la matematica)
- Regole matematiche del gioco d’azzardo – Perché il banco non perde mai - A cura di D. Costantini e P. Molinari, Muzzio Editore
- Febbre da gioco – Esistono sistemi sicuri per vincere? - Ennio Peres, Avverbi edizioni